domenica 6 febbraio 2011

Lunga vita al funk



Condensare un genere musicale, o meglio una visione musicale del mondo, quale il funk in 400 e passa pagine può sembrare un’impresa titanica.


Di certo non per Rickey Vincent che in un volume pubblicato dalla Odoya, per l’appunto Funk dà voce ad un universo dove musica vuol dire essenzialmente groove, tribalismo e soprattutto voglia di aggredire i dancefloor sparsi per il mondo. Filo conduttore l’energia sensuale che contamina la mente ed i corpi che vengono letteralmente aggrediti, meglio violentati, dalle voci di James Brown, George Clinton ( autore tra l’altro di una succosa prefazione) fino ad approdare al fenomeno rap ed hip hop, ovvero il potere alla parola.


La tradizione nera americana si rinnova e con rabbia affronta una quotidianità in cerca di riscatto soprattutto nei ghetti e nelle minoranze. In questa bibbia il grande giornalista Vincent, uno dei massimi esperti planetari del genere, affiorano insieme ai grandi numi tutelari le gemme sepolte negli archivi di polverose radio , con una unica accortezza , il funk nasce e muore nel credo liturgico del ritmo, del groove.


E allora, lunga vita al funk!



Lo straordinario ed istrionico Jack Nicholson


Le ultime apparizioni nelle commedia americane cosiddette brillanti, dove recita un logoro ruolo di svitato uomo di mezza età, non può sminuire il carisma ed il talento di uno degli attori più rappresentativi degli ultimi quarant’anni del cinema americano… Jack Nicholson.

Ripercorrere la sua carriera , vuol dire fare un excursus nell’underground americano, ma anche nel mainstream sempre di qualità. Chi lo ricorda attore di punta nella gloriosa factory di Roger Corman?Indimenticabile in The Little Shop of Horrors dove protagonista è nientemeno che una pianta carnivora che divora qualsiasi essere vivente si trovi nei suoi paraggi. Per alimentarla lo sciagurato garzone deve continuamente commettere omicidi, ma alla fine cadrà egli stesso vittima.

Fantastici i film horror a basso costo dei sixties. Altre due pellicole sono dei piccoli capolavori, I maghi del terrore sempre di Corman dove jack interpreta un mago del quindicesimo secolo mutato in un corvo da uno stregone e destinato a rimanere tale perché la formula magica è persa per sempre. Grande il confronto con un altro grandissimo quale Boris Karloff ne La vergine di cera, con un Nicholson nei panni di un ufficiale napoleonico alle prese con un maniero dove vive una ragazza preda di un terribile sortilegio che la condannerà a liquefarsi come cera. La sua versatilità si mostra chiaramente in un film bellico, tipico di quegli anni, come Back door to Hell ( 1964) del geniale Monte Hellman, o sempre dello stesso regista, l’avventuroso Flight to Fury.

La rivisitazione della Chicago gangsteristica di Al Capone de “Il massacro del giorno di S.Valentino” precede di un paio di anni una strepitosa performance in Easy Rider. Al fianco di altre due leggende dell’underground, Dennis Hopper e Peter Fonda, Nicholson dà vita ad uno strampalato avvocato in stato di ubriachezza che accompagnerà i due biker nel loro viaggio esistenziale on the road, tra droghe e riflessioni psico – esistenziali. Un trip che sfocerà in un brutto sogno senza risveglio. Infatti il povero George verrà brutalmente pestato a morte dalla cieca violenza reazionaria dei benpensanti di New Orleans. Si giunge così ad un dittico di capolavori assoluti. L’indimenticabile musicista bohemien pieno di talento di Cinque pezzi facili e lo speaker disincantato, icona dell’america post Vietnam, de Il re dei giardini di Marvin.

Sicuramente uno dei ruoli che meglio si adattano alla mimica facciale e forse alla fisicità di Nicholson è quello del detective, o meglio lo speleologo del torbido che spesso si annida nell’animo umano. Diretto da un Polanski in stato di grazia, Chinatown, vede Jack alle prese con la longa manus della mafia a cui capo c’è un monumentale John Huston che altri non è che il padre della donna ( Faye Dunaway) che lo ha assunto per investigare sull’infedeltà del marito. Analizzando in profondità il talento di Jack emerge chiaramente come uno dei suoi grandi meriti sia stato indubbiamente quello di mettere in crisi il modello di maschio americano, imponendo un nuovo tipo, nervoso, insicuro, paranoico fino all’eccesso e soprattutto con un bagaglio fatto di tic ed ansie, spinti fino al parossismo.

In tal senso “Qualcuno volò sul nido del cuculo” resta emblematico con le divagazioni sul tema della pazzia e dell’alienazione. Quest’ultimo uno stato dell’animo emerso dall’inconscio fino all’esterno che diventa il mondo di Professione: reporter. Il Nicholson di Michelangelo Antonioni è una vittima del silenzio e dell’assurdo di artaudiana memoria, sigillato in una stanza ad aspettare la sua autodistruzione ancor prima di essere eliminato fisicamente dai sicari venuti ad ucciderlo. Si potrebbe continuare all’infinito, e magari in un prossimo post approfondirò anche il Nicholson regista.

Voglio concludere questo viaggio con il Nicholson che dà un altro saggio del suo istrionismo con Shining dove interpreta l’ex insegnante Jack Torrance che da guardiano di uno sperduto hotel sulle Montagne rocciose del Colorado insegue un ragazzino dotato di poteri paranormali e sua madre con tanto di accetta…Grande Jack, anche il lupo cattivo che dà la caccia a Cappuccetto rosso, ti riesce bene!!!

mercoledì 19 gennaio 2011

El Tango. Manana, l'imperidbile catalogo tanguero della label di Makaroff


Come per molti generi, dal blues al rock, dal punk al reggae, leggere la musica attraverso la storia delle etichette discografiche può essere una chiave molto interessante. Anche l’atlante del tango non si sottrae a questo metodo ed oggi voglio fare un’incursione nel mondo della Manana Tango, label di Eduardo Makaroff unodei fondatori dei Gotan Project, alfieri della Revancha Tango. Argentino approdato a Parigi nel 1990 profondo conoscitore della tradizione tanguera, ma allo stesso tempo aperto alle nuove suggestioni e contaminazioni provenienti dal mondo folklorico e dall’elettronica / chill out, Makaroff oltre a promuovere la cultura del tango nel mondo, cerca di soddisfare il bisogno degli ascoltatori di conoscerne ogni minima sfaccettatura. Il packaging è molto curato, dalla scelta dei materiali alla grafica, ciascun aspetto è in grado di accontentare sia il neofita che l’appassionato. Undici le perle da gustare sprofondati in poltrona, lasciandosi cullare dall’alta fedeltà delle produzioni e magari disegnando immaginarie evoluzioni in milonga, sebbene questi lavori siano per lo più dedicati all’ascolto. “Imaginario” di Gerardo Di Giusto è un album di solo piano suonato da un musicista dalla solida formazione classica, con un debito verso atmosfere piazzolliane. Sul versante della vocalità da piano bar, rauca, di una raucedine dovuta alle sigarette ed al whiskey si pone Daniel Melingo con “Maldito Tango”, uno dei dischi più sinceri e belli dell’interessante catalogo. Per gli amanti di questo Tom Waits che evoca la parte più bohemien di Baires un lavoro imperdibile. Così come “Murga Argentina” di Caceres dedicato allo straordinario ritmo negro che trasuda africanità da ogni nota. Passionale, sanguigno e mai banale, basta ascoltare solo una traccia del calibro de “La Retirada” per comprendere la portata di questo lavoro. Accompagnato solamente dalla chitarra in “Tango Esencial”, Horacio Molina rilegge alla sua maniera, intima e sofferta gli standards della tango canzone: Niebla del Riachuelo, Flor de Lino, Naranjo en Flor, svettano per nitore e morbidezza di vocalità. Un viaggio on the road nell’argentina rurale dove tango, zamba e murga si mescolano fino a divenire una colonna sonora alla Ry Cooder di Paris Texas , debitore di certe atmosfere borderline alla Calexico, è lo straordinario affresco sonoro di El Gaucho, a firma di Muller & Makaroff, leader storici dei Gotan Project. Uno dei più bei dischi usciti di recente nel panorama tanguero e latino americano, che fa decollare la mente su paesaggi polverosi bruciati dall’arsura del sole e oppressi dal frastuono del silenzio. Il catalogo comprende anche Beytelmann, mosalini ed altri lavori di Caceres e Melingo. Per una panoramica si può anche acquistare Perlas del Label, sorta di best of dell’etichetta, ma tutti gli album in catalogo non dovrebbero mancare nella discografia di un buon amante delle sonorità rioplatensi…

Immorale solo il pregiudizio: la visione di Walerian Borowczyk


Senza dubbio uno dei registi più originali e incatalogabili degli anni settanta è sicuramente Walerian Borowczyk, che a qualcuno potrebbe destare sopite pruderie adolescenziali. Protagonista assoluto delle sue pellicole è il corpo femminile declinato sempre in una veste di profonda sensualità che per pudore della visione non sconfina nell’hardcore. L’autore polacco, nato negli anni ’20 del secolo scorso a Poznan, usa il suo occhio come un microscopio da entomologo che, con algida perfezione scruta gli oggetti e tratta i corpi a guisa di questi ultimi. E’ innegabile che il voyeurismo sia una componente fondamentale della propria filmografia, intrecciato ad un erotismo colto e raffinato che media le pulsioni sessuali alla ritualità e ad un cerimoniale di libidine che nel gesto sembra soddisfare qualsiasi afflato carnale. La donna diventa un vortice che crea la narrazione e manovra come un burattinaio i destini degli uomini che si muovono quasi sempre in ambienti chiusi e circoscritti, a significare una claustrofobia dei sentimenti. L’immoralismo e l’ostentato erotismo dei corpi muliebri sono una vera celebrazione della bellezza del nudo femminile e non l’esibizione mercanteggiata di corpi oggetto. Chi ha visto alcuni dei lavori più significativi di Borowczyk come Goto, Racconti Immorali, Interno di un Convento, fino al più spinto La Bestia non può non constatare la solennità dell’azione erotica che trasgredisce codici e leggi del vivere civile in una liturgia quasi religiosa. Che addirittura negli animali diverrà una metafora dal terribile ed inquietante realismo magico. Importante è la convinzione del regista che il film rappresenta un’arte omogenea come la pittura e non un’azione di sintesi. Approfondire la filmografia di Borowczyk che oggi pare caduto in un dimenticatoio vuol dire anche intendere la mentalità di un’epoca ed i suoi tabù, che la pornografia del desiderio e delle immagini di oggi ha obliato. In ordine cronologico, l’arrampicata sociale senza scrupoli del criminale protagonista di Goto, l’isola dell’amore, che cede il passo ai Racconti immorali, campionario di violenze e lussurie a cavallo di vari secoli, dalla sanguinaria Bathory agli amplessi incestuosi di Lucrezia Borgia. Storia di un peccato, l’amore che forse riesce a redimere un’esistenza fatta di infanticidio, prostituzione, crimine, ma diventa passione zoofila e puro desiderio, sebbene vissuto oniricamente ne La Bestia. E da una novella di Stendahl, Interno di un convento, amara parabola sulle ipocrisie e le censure che spesso conducono, sotto il peso dei sospetti, all’annientamento di sé, come nel suicidio delle due suore protagoniste. “Non esiste una sola verità filosofica, ma molte verità. Io sono completamente e assolutamente autonomo e giudico per quello che vedo, per quello che mi dimostra la gente, per l’esperienza di vita insomma”. Una riflessione di un autore che andrebbe riscoperto.

lunedì 17 gennaio 2011

Napoli in cronaca nera: lo show della Camorra


Un libro che ripudia ogni sensazionalismo e coinvolgimento emotivo con i protagonisti e le storie narrate, purtroppo vere . Napoli in cronaca nera, edito da Newton Compton, scritto a due mani da Simone Di Meo e Giuseppe Iannini, narra alcuni degli episodi più comuni, e per questo sconvolgenti, della criminalità partenopea a fianco delle pagine più nere ed eclatanti della cronaca nera. Imprenditori collusi, colletti bianchi, immacolati padri di famiglia, politici senza scrupoli, divi dello show business, star neomelodiche. Sono questi i “mostri” passati in rassegna dai due autori, in un vortice di esecuzioni, vendette, ritorsioni, missioni di morte che hanno un unico comune denominatore. La longa manus senza pietà della camorra, dei suoi rituali atavici e condivisi dal territorio, da quella popolazione che vede nel suo abbraccio letale l’unica ancora di salvezza per uscire da un’esistenza condannata alla miseria ed agli stenti. Di grande impatto le pagine vissute in prima persona dagli infiltrati che, per uno stipendio da fame rischiano la vita, gli “infami” marchiati per sempre da una vita obbligata alla clandestinità. Un libro pieno di suspence come una crime novel, ma inquietante e doloroso come soltanto la verità può essere.

Andrej Rublev


I dubbi se il cinema può essere annoverato fra le arti visive del XX sec. vengono fugati alla visione di qualsiasi pellicola di Andrej Tarkovskij. In particolare del capolavoro assoluto del 1966, Andrej Rublev. Una narrazione epica, sorretta dalle immagini grandiose del regista russo, rende omaggio alla vicende di uno straordinario pittore di icone vissuto tra il XIV e XV sec. La sua vita attraversa uno dei periodi pùn cruciali di quella terra sconfinata, lacerata da carestie, scorribande dei Tartari, lotte fra principi. Un viaggio di oltre due ore, diviso in due parti, ciscuna con prologo ed epilogo. Cruciale l’incontro tra il protagonista Andrej Rublev, ed il celebre pittore di icone Teofane il Greco che gli affida la decorazione della cattedrale moscovita dell’Annunciazione. Il dialogo fra i due artisti è uno dei momenti più toccanti della pellicola, con la giustapposizione fra due autentiche weltanschauung: Teofane crede fermamente in un’esistenza al continuo servizio di Dio, mentre Andrej ripone speranze nell’uomo e nelle sue possibilità di riscattare una condizione malvagia da cui il primo ritiene impossibile sfuggire. Seguirà un altro momento di straordinaria intensità con Rublev incaricato da un principe di affrescare un Giudizio Universale, ma l’artista rifiuta di seguire gli standard dell’epoca, per non atterrire con immagini troppo crudeli il popolo. Atroce lo scherzo del destino, che vedrà tutte le sue maestranze artistiche uccise o accecate dal principe rivale del committente perché invidioso dell’opera. Rublev si ribella a questo gesto ed imbratta le pareti già pronte ad ospitare l’affresco. Nella seconda parte del film, il fratello del principe si allea con i Tartari per spodestarlo e invia delle truppe che con grande violenza fanno scempio e carneficina degli abitanti irrompendo perfino nella cattedrale. Andrej per salvare una donna dallo stupro bieco di un soldato lo uccide, cadendo in preda allo sconforto. Immagina di ricevere una visita dall’amico Teofane, confessandogli di non credere più alla bontà del genere umano, e si chiuderà in un lungo mutismo. Nell’episodio conclusivo, Andrej osserva il giovane Boriska fondere i metalli per costruire una campana che emette il primo tocco alla presenza del popolo e delle autorità. I due si allontanano insieme in un pellegrinaggio senza meta, con due missioni complementari, dipingere e fondere campane. L’epilogo della pellicola è a colori con le riprese delle opere più celebri dell’artista, fino al volto del Cristo bagnato dall’acqua che si trasformerà in quella di un fiume dove pascolano i cavalli. Forse solo alcuni lavori di Pasolini e Bresson, riescono a esprimere il tormento dell’esistenza, la lotta manichea fra bene e male, cui è sottoposto quasi da agnello sacrificale l’artista. Il viaggio di Andrej Rublev fra il male della Storia, equivale alle sofferenze di un popolo che attraverso prove indicibili sopravvive e si innalza ad un livello più alto di spiritualità. Una spiritualità intrisa di fede e misticismo, ma soprattutto comunanza di ideali. Il popolo, la grande madre Russia, il rito della campana. Sono i brividi provocati in me dopo anni, dalla visione di questo film, l’unico dove l’afflato del popolo diventa quello di Dio. E riesce a produrre capolavori immortali, l’arte iconica di Rublev, capace di vincere l’erosione del tempo.

mercoledì 12 gennaio 2011

Mean Streets discesa agli inferi in Scorsese style



La personalissima lotta di Martin Scorsese con i suoi fantasmi di gioventù a metà fra l’olezzo di incenso da Chiesa e ribellione da strada emerge con forza in Mean Streets. Un capolavoro di neorealismo all’americana che grazie alla parabola corale dei quattro protagonisti mette in scena una New York spettrale e violenta, crudemente rappresentata dalla fredda luce al neon di squallidi bar e strade sudice, specchio dell’anima nera della grande mela. E’ una città senza redenzione, quella amata dal regista , ma è il milieu amato dal teppista Johnny Boy, o dallo strozzino Michael, da Tony, da Charlie. È il primo banco di prova di due attori che segneranno il cinema a stelle strisce del trentennio successivo: il manierista Robert De Niro e il conturbante e nevrotico Harvey Keitel. La lenta discesa agli inferi della macchina da presa, senza che si sfoci nella tragedia vera e propria, ma non è forse questo il vero dramma?, è anche la lettura di una città senza redenzione vissuta sulla propria carne da uno Scorsese che fa le prove generali della liricità epica dei capolavori successivi. Da rivedere per capire i germi di un’opera unica come Taxi Driver e scoprire il lato oscuro e meno scintillante degli States…

domenica 2 gennaio 2011

Mondo Exotica...un viaggio nella musica della generazione cocktail



Un viaggio nel conturbante universo sonoro della cocktail music, la lounge più autentica, sorseggiando un Martini, eccitandosi al fruscio caldo della puntina del proprio giradischi che affonda nel solco consumato di una traccia di Henry Mancini, di Yma Sumac. Rimpiangendo, magari come me che non li ha vissuti i sixties ed i primi seventies. Mondo Exotica di Francesco Adinolfi è un volume che non può mancare nella biblioteca di ogni musicofilo, degno di questo nome, perché copre in sole 500 pagine un universo spesso ignorato dalla bibliografia musicale. Come dice nel puntuale sottotitolo, suoni, visioni e manie della Generazione Cocktail. Ed allora partiamo per un volo siderale nello Space Age Pop, sognando le orchestre di Les Baxter e le sofisticate dark ladies del noir americano tanto care a Dashiell Hammett. Bellissimo poi il capitolo riservato al jazz criminale e quello dedicato alla spy music nostrana. Una rassegna di numi tutelari che ancor oggi mi provocano dei brividi, accanto al pluricelebrato Morricone, i grandissimi Piccioni, Ferrio, Bacalov , Trovajoli, Ortolani. La bibliografia alla fine del volume vale da sola l’acquisto. L’ho divorato in un lontano pomeriggio piovoso veneziano dieci anni fa…

Il poligono della siccità



C’è nella narrativa e nella cinematografia brasiliana una figura mitica, che mi ha sempre affascinato: il cangaceiro. Il bandito che lottava epicamente ed eroicamente contro i latifondisti del nord est, nel Sertao.


A questa casta, intrecciata con la fame, la prostituzione, e la violenza, si affianca e successivamente domina, con una sacralità di tipo manzoniano, l’Untore. E’ questo il deus ex machina de “Il poligono della siccità”, la metafora grandiosa e commovente dello scrittore brasiliano Diogo Mainardi. Costruito come un film di Glauber Rocha, le pagine sembrano intossicarci con le atmosfere polverose delle strade percorse da Manoel Vitorino che vaga alla ricerca di un cimitero dove seppellire il cadavere in via di putrescenza del proprio figlio. La sintassi secca, è cruda e violenta come Catarina Rosa che ammazza, impiccando e squartandolo il marito. Un universo senza speranza, dove nessuno nutre velleità di redenzione anche perché lo spettro dell’Untore che tutto distrugge ed annichilisce in un afflato escatologico, non offre via salvifica. L’untore, con il suo mortale contagio, bacia indifferentemente latifondisti e mandriani, bambini e vecchi, ma soprattutto distrugge il mito dell’allegria e del finto folclore del brasile. Come dice l’autore stesso nella conclusione “ Il lettore non conta. E’ subalterno rispetto all’autore e non ha alcun diritto d’interferire… quando la letteratura non uccide l’uomo, è l’uomo a uccidere la letteratura”.


I re taumaturghi



Non c’è forse nessuna analisi più lucida e puntuale della condizione regale nel Medioevo di quella descritta con un impareggiabile leggerezza di scrittura da Marc Bloch ne “I Re taumaturghi”. Un bellissimo saggio che parte dalla guarigione dei malati di scrofole da parte dei re di Francia attraverso la sola imposizione delle mani. Un potere divino su cui a lungo hanno costruito la propria fortuna i monarchi. La sacralità che diventa il controllo assoluto sulle plebi in un mondo, quello medioevale, dove la discesa del potere soprannaturale e religioso, sancisce il privilegio assoluto. Ovvero il trono temporale. Grazie a questa “pratica” spiega Bloch, si crea la discriminante di questi uomini superiori. Il re come “unto del signore”. Forse ai giorni nostri continua questa parabola?

mercoledì 15 dicembre 2010

NEON: I RITUALS DELLA NEW WAVE



Il gelo immobile e pungente che colpisce oggi la laguna è un meraviglioso paesaggio complementare all’ascolto dei Neon.


Una delle band fondamentali di quella incredibile fucina di rock alternativo che fu la Firenze degli eighties. Culla divisa tra inquietitudini post rock e liturgie dark, perturbate da fremiti post punk. La band di Marcello Michelotti rappresenta la migliore risposta italiana del tempo ai robotizzanti battiti dancefloor alla Talking Heads, all’elettronica mai cerebrale ma convogliata sulle sapienti direttrici Kraftwerk / Human League.


A distanza di oltre un ventennio, godersi un disco del calibro di Rituals equivale a godersi un viaggio in prima classe tra uno straniante e mai banale compromesso tra sperimentazione ed electro futurismo, dominato dalla voce di Michelotti, regale e cristallina, adamantina nel suo freddo nitore. Questo lavoro sciorina delle ballad oscure e criptiche che possono regalare un sussulto in un tema del calibro di Isolation, dove la batteria nichilista apporta quel tribalismo peculiare di certa new wave. Una formula di grande qualità che trascinò questa band fiorentina a “supportare” nei loro tour artisti del calibro di Simple Minds e John Foxx.


Ed allora l’invito è a sprofondare in poltrona, in una fredda giornata di dicembre, ascoltando i Neon e rievocando, forse in maniera nostalgica, una gloriosa stagione del rock italiano.

domenica 28 novembre 2010

Sebastian Arce e Mariana Montes: l'epifania del TANGO



… Vedere ballare Sebastian Arce e Mariana Montes, vuol dire assistere all’epifania del Tango. L’avvento, senza restrizioni o inutili orpelli, del Tango.


Una coppia che, oltre ad essere già da tempo entrata nell’olimpo degli artisti del 2x4, riesce a creare ad ogni esibizione, una magia irripetibile.


Dopo aver assistito ad Astintango Festival , a due interpretazioni di Sebastian y Mariana, mi sono trovato all’improvviso a percorrere mentalmente, l’evoluzione di questa coppia nell’ultimo decennio, e analizzando a mente fredda tutto ciò, mi sono accorto che avevo affrontato un tour virtuale nel tango stesso.


Recuerdo, e La milonga de Buenos Aires, i temi a cui mi riferisco, erano un compendio, ma non nel senso riduttivo del termine, dei vari stili del tango, con un fattore denominatore comune: ogni singolo momento, ogni passo, rasentano la perfezione e vivono come momento autonomo, in una bellezza e densità uniche. Dalla camminata al giro, dalla sacada al boleo, che Mariana disegna sul piso e nell’aria, c’è una liturgia del “punto d’arrivo”. Come se dopo aver ammirato l’esecuzione di un movimento si convenga all’impossibilità di ridurre quella forma ad altra possibilità.


In Sebastian c’è la consapevolezza e la sicurezza del tango. La semplice camminata che basta a rendere un ballo assoluto. Non autoreferenziale, ma in grado di far godere gli astanti di quella semplicità sublime che supera le piroette fuori tempo o illogiche di tanti esecutori meccanici senz’anima.


Chi è nel tango come me da tempo, riesce a scovare in questo Sebastian ultima maniera, tutto fuorchè manierista, le molteplici anime di questo ballo, che comunicano fra di loro in un orologio perfetto. È sottintesa la dinamica di una coppia rodata, ma che ha una dote straordinaria: mettersi sempre in discussione. Non sentirsi mai arrivati, ma sviscerare il tango nei suoi dettagli per svilupparne aspetti nascosti o sotterranei. Straordinario è l’uso dell’abrazo, e credo che pochi come Sebastian ne comprendano le potenzialità. Ricordo a proposito una piacevole conversazione sul tema.


Più passa il tempo e più resto fermamente convinto che il tango sia scritto nel destino di questi grandi artisti che riescono a far emergere l’anima, le sensazioni nascoste che sottendono a quest’arte.


Alcuni obietteranno che lasciare il destino nelle mani di pochi è un grande rischio, ma lo si può correre volentieri, se il contraltare è la banalizzazione e l’impersonalità di chi ne vuole fare uno sterile atletismo. Mascherato con la musica del tango.

domenica 14 novembre 2010

Inviato alla Biennale



Pochi critici d’arte sono stati anche grandi cronisti d’arte. Uno di questi è certamente Gillo Dorfles. Ormai prossimo al secolo, personalità poliedrica, dotata di raffinato spirito critico ha di persona vissuto i momenti topici della Biennale di Venezia. I suoi articoli più brillanti ed acuti sono ora, per la gioia di appassionati d’arte e non, raccolti in un bel volume della Scheiwiller.


“Inviato alla Biennale” è un vorticoso tour de force fra ismi ed avanguardie, che si legge tutto d’un fiato. D’altronde il secolo scorso non è stato secondo una celebre definizione, il Secolo Breve?


Non perdetevi l’occasione allora di gustarvi un ritratto indimenticabile della Biennale e della storia dell’arte contemporanea italiana del nostro recente passato, dove forse si trovano le chiavi per leggere l’immediato futuro.

La summa del jazz tricolore



Un’opera monumentale di cui si sentiva il bisogno. “Il jazz in Italia”, lavoro eroico per mole e fatica, oltre 1600pagine, uscito per i tipi della EDT, a cura di Adriano Mazzoletti, rappresenta una summa omnia del jazz nel Belpaese dallo swing agli anni Sessanta, ed allo stesso tempo una sontuosa storia del costume e dell’evoluzione sociologica dei costumi e gusti musicali degli italiani nel secolo scorso. Tutti i grandi nomi vi sono contenuti, anche con gustosi aneddoti, da Gorni Kramer a Gaslini, una guida imprescindibile per capire un fenomeno che fino all’avvento della musica leggera e del rockj rappresentava lo spirito libero e ribelle per molte generazioni.

domenica 7 novembre 2010

Fernando Sanchez y Ariadna Naveira, o della pulizia cristallina del movimento



Una chiarezza di esecuzione ineccepibile ed una pulizia di movimento disarmante. Tra le giovani coppie di artisti nel panorama tanguero internazionale Fernando Sanchez y Ariadna Naveira si distinguono oltre che per un talento puro, ma controllato nell’esuberanza giovanile, nell’affrontare il momento topico dell’esibizione con una calma e lucidità da veterani del piso. Nell’ultimo anno ho visto dal vivo ballare questa coppia in 3-4 occasioni e questo è indubbiamente l’elemento distintivo tra loro ed altri artisti pari età, uniti ad un movimento rigoroso e quasi ascetico nella linearità della forma. Ogni passo, dal giro alla colgada sembra strutturarsi in un fotogramma assoluto, ed il superfluo viene sfrondato per arrivare all’essenza ed alla purezza del gesto. In questa semplicità vi è l’arte difficile del rendere agli occhi del pubblico tutto fluido e denso. Una qualità che pochi riescono a vantare. Soprattutto alla luce di un ballo che nelle nuove generazioni pare scontato e ripetitivo nella maggior parte dei casi a scapito soprattutto di una musicalità solamente ritmica ed acefala nella melodia. Fernando e Ariadna, peraltro ottimi didatti alla luce del gradimento riscontrato nelle loro lezioni, riescono con il connubio fra talento e ricerca stilistica a gratificare il pubblico nell’esibizione interpretando un vasto campionario di autori, dalla guardia vieja alla contemporaneità, risultando assolutamente naturali. Ritengo che vedere ballare questi due giovani artisti possa, se si affronta questo momento con la lente di un entomologo, aiutare a comprendere l’essenza del tango, dei suoi movimenti. Le dinamiche affiorano nude e si legano alla musica, e grazie ad una lieve e mai banale ironia generano un mix di emozioni. Perché è l’emozione la linfa vitale dell’arte tanguera.

Grano Rosso Sangue



Da uno dei migliori racconti brevi di Stephen King, un thriller in puro stile stile mid eighties che ha per protagonista una coppia che si imbatte in uno strano paesino del Nebraska popolato solo da adolescenti. In breve tempo scopriranno che tutti gli adulti sono stati sacrificati in nome di una divinità associata al grano. Indimenticabili le scene iniziali e l’atmosfera oppressiva della campagna americana che l’apprenza bucolica sembra solo aumentare con uno stridente contrasto. Un film diventato rapidamente di culto forse perché interpreta con l’efficacia di alcune scene l’eterna rivalsa e voglia di contrasto della dimensione infantile adolescenziale rispetto al mondo degli adulti. Interessante questo terrore e sangue legato al grano, un simbolo dell’arcaicità e della terra madre.

Viveree morire a Los Angeles


Uno dei capolavori di William Friedkin che per cinismo, sguardo disincantato verso la realtà, commistione perversa fra bene e male fa impallidire persino “Il Braccio violento della legge”. Siamo nei dorati anni ottanta , ma la Los Angeles assoluta protagonista di “Vivere e morire in L.A.” è una città sudicia nell’anima, corrotta dove anche le forze della polizia si muovono al di fuori della legalità pur di affermare la propria legge. Ed allora il duello manicheo fra il falsario Willem Dafoe, qui ai massimi della sua arte, ed il poliziotto William Petersen, futura stella del serial C.S.I. perde la sua rigidità ontologica fino sconfinare nella sadica e cieca caccia all’uomo che vede il tutore dell’ordine perdere ogni moralità e remora pur di catturare la sua preda. Siamo forse dalle parti dell’Infernale Quinlan, ma la violenza e la crudeltà sono inedite. Petersen crea prove, commette atti fuori dalla legalità, ma alla fine perde la vita in una trappola creata da se stesso per incastrare il falsario. I lati oscuri della natura umana sono portati alla luce del sole, dallo stile crudo, iperrealistico di Friedkin che chiude questa amara parabola con un finale senza l’hollywoodiano happy ending. Iniziano già le tensioni e le disillusioni degli anni del riflusso, un presagio in anticipo dell’armageddon di fine millennio.

martedì 2 novembre 2010

Anni'70. Quando una squillo va dalla psicanalista.



Il tormentato ed ambiguo rapporto fra un detective privato ed una prostituta d’alto bordo in cura da una psicanalista. È il carburante esplosivo di uno dei film più rappresentativi della scena New Hollywood degli anni’70, “Una squillo per l’ispettore Klute”. I ritmi lenti, ma nevrotici, le luci soffuse e spesso notturne, la sensualità meccanica ed algida di una splendida Jane Fonda ci fanno scivolare quasi inevitabilmente in un noir intimistico ma allo stesso tempo evocativo delle ansie e delle nevrosi di una generazione e di un mondo avvinghiato a quelle che una volta si definivano formalità piccolo borghesi. Indimenticabile il contrasto tra la disillusione della prostituta e malcelato impaccio di un timido ispettore di provincia, interpretato da un Donald Sutherland ai massimi livelli. Il suo sguardo attonito e perennemente incerto vale da solo la pellicola, anche se poi Fonda si accaparrò l’Oscar . Quarant’anni fa, questo film ha scovato il torbido e le pulsioni che si annidano nel perbenismo della middle class con uno stile sobrio, inappuntabile e mai volgare. Un capolavoro da riscoprire, anche perché testimonianza di un cinema ormai storicizzato.

mercoledì 15 settembre 2010

LOVE... it's only LOVE



Lo spirito puro della psichedelica di Los Angeles profanato da un oscuro barocchismo. Arthur Lee è il geniale leader dei Love che regalano al pubblico nel 1968 un capolavoro fulgido nella storia del rock, una pietra miliare dal nome Forever Changes. Preceduto da altri due lp, l’omonimo lavoro del 1966 ed il successivo Da Capo, questo terzo album evoca dalla prima all’ultima nota, la voglia di racchiudere l’universo e le sensazioni in un unico suono totalizzante, che riesce a far convivere brani taglienti come A House is not Motel con la pink floydiana The Red Telephone. Decisamente felice l’incursione latinp – spagnoleggiante di Alone again or e soprattutto il capolavoro di malinconia e languore sentimentale Andomoreagain. I Love ad ormai quarant’anni riescono ancora a vestire pienamente i panni di cult band americana per eccellenza. E dispiace annotare come tanti giovani contemporanei innamorati di folk band quali Belle & Sebastian ignorino un diamante grezzo, ma pur sempre diamante quale i Love. Una rock band che un triste destino intriso di stupefacenti e sregolatezze ha segnato subito in maniera indelebile.

martedì 7 settembre 2010


Seconda Parte dell'Intervista ad E' Tango



Intervista rilasciata in primavera alla rivista E' Tango di Adriana Pagnottelli ( http://www.e-tango.it/), ed in uscita sul numero di settembre 2010.


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lunedì 6 settembre 2010

Desorden Perfecto


Nuove sonorità tanguere. Un lavoro molto interessante, superiore ad altre produzioni nostrane ed internazionali. Riscontro in primis il cercare una profondità dei temi musicali soprattutto non banalizzando le melodie argentine / latin sound.

Per alcuni versi mi ricorda un approccio alla Narcotango, con degli aspetti alla Gotan, i loro pezzi meno commerciali, specialmente nel non voler banalizzare con refrain ad effetto.

Il tutto denota una perfetta conoscenza del lavoro derivante dalla competenza tecnica che permette di mantenere un certo distacco emotivo e non farlo sentire un prodotto alla moda.

DA ASCOLTARE... magari anche live.

domenica 5 settembre 2010

Il branco in città... i guerrieri della notte



Una New York violenta, notturna, gelida, ma con un fascino senza eguali. È la città americana, vista attraverso gli slum, le periferie rischiarate dai neon la protagonista di questo epocale film di Walter Hill. I Guerrieri della Notte è una riduzione contemporanea dell’Anabasi di Senofonte, traslata attraverso gli stilemi ed i codici dell’horror, del thriller ma forse sopra tutto del western, il genere cinematografico made in Usa per eccellenza. La trama è lineare, ovvia nella sua geometrica autoreferenzialità. Il capo della più potente gang convoca tutte le altre band per stringere un patto di non belligeranza e scatenare una offensiva senza precedenti per conquistare New York. Improvvisamente un colpo di pistola mette termina alla sua esistenza e la colpa ricade sui Warriors, banda di Coney Island. Disarmati ed inseguiti da tutte le atre band, riusciranno, dopo aver perso il proprio capo, ad auto scagionarsi. Denso, teso, con un uso perfetto dello spazio filmico, I Guerrieri della Notte è il capolavoro assoluto di Hill, una parabola lucida e glaciale sull’uomo come animale metropolitano, che si aggira come un lupo in branco alla ricerca di una lontana meta salvifica. E fuori campo una suadente, calda voce che incita per tutta la pellicola alla resa dei conti…

La leggenda del Mediterranean Summer Tango Festival. Da quest'anno inizia il mito



Un’esperienza davvero unica che raramente, forse mai , mi è capitato di provare nell’ambiente talvolta stantio ed autoreferenziale del tango. Mediterranean Summer Tango Festival.


A Porec, in Croazia, due persone uniche dotate di un mix singolare di creatività, fantasia, genio, umiltà, contagiosa simpatia, Zrinko & Tajana hanno dato vita ad un evento che è riuscito a coniugare la socialità del tango con lo spontaneismo delle feste giovanili.


Milonghe intense, forti emotivamente che vedevano un pubblico giovane, non solo anagraficamente, ma soprattutto nello spirito, scatenarsi in pista fino alla fine delle serata. Ho percepito una sensazione di deja vu, di quelle feste cui si andava da ragazzi, al liceo con uno spirito rilassato, pronto a godere attimo per attimo del presente, senza secondi fini o forme mentali precostituite. Su questo hanno certo influito le performance delle tre coppie di maestri.


Federico Naveira y Ines Muzzopappa, freschi, poetici e delicati nel loro modo di governare il piso e la musica, alla ricerca di un passo etereo, circolare.


Bruno Tombari y Mariangeles Caamano, ironici, coinvolgenti, musicali, con una teatralità esuberante.


Pablo Rodriguez y Noelia Hurtado, esuberanti, irruenti, sensuali, dall’incedere rock, esplosivi.


Non posso poi non ricordare la stupenda gita in barca alla scoperta di Rovigno e della costa croata. Vedere oltre duecento tangueri, che per un intero pomeriggio hanno danzato convulsi su un barcone ai ritmi dance degli ultimi trent’anni, è stata per me un’esperienza quasi mistica. La dimostrazione che forse l’universo tanguero ha dei risvolti nascosti, può rivelare la voglia di aggregazione e di divertirsi che va oltre i 3.40 minuti di un pezzo di Donato, o i 6 minuti di Bruma dei Bajofondo.


Aspetterò con ansia un altro anno che spero passi in fretta, per rivivere quelle emozioni, quelle sensazioni, quelle immagini che sono sicuro due geni “diabolici” quali Zrinko & Tajana mi sapranno regalare.


E da luglio viaggio sul web alla ricerca di qualche nuovo video promo…


Il tango è anche questo, ironia, voglia di divertirsi, giocare con i linguaggi per colpire la sensibilità e l’animo del pubblico.


Ripetersi non è facile, ma superarsi è esaltante.


Chuck Norris lo approverebbe!



lunedì 23 agosto 2010

Come sarà questa nuova annata tanguera?


Sono tornato dalle vacenze estive e mi chiedo: come sarà questa nuova annata tanguera?

Saremo invasi da milioni di neo tangueros fotografi?

Saremo invasi da tangueri super vip?

Saremo invasi da milioni di tango marathons o tango festivals?

Saremo invasi dai tanghi di Edgardo Donato o di Fulvio Salamanca?

Sarà più di moda ballare con tanguere dall'Est Europa o dagli Stati Uniti, o dal Nord Europa?

....

martedì 20 luglio 2010

Jarman e la luce dilatata di The Last of England


Ne Last of England, i colori blu notte, malva, arancio bruciato, riesumeranno una Londra come dipinta da Turner, elargendo una visionaria bellezza, mai raggiunta prima dal regista, come se tutto venisse svolto in un sogno. Il pittore inglese serve a studiare gli effetti atmosferici, la volontà di raffigurare momenti suggestivi di fusione tra luce, colore, vapori, acqua, conduce a rinunciare sostanzialmente all'analisi dei particolari, privilegiando l'effetto generale, come nel londinese La Mattina dopo il Diluvio che intende raffigurare il momento dello sfolgorio del sole dopo il diluvio universale, il cui soggetto è però solo un pretesto per affrontare il tema della teoria della luce, ed esprimere attraverso le calde tonalità del giallo e del rosso un momento di gioia. La crudele ed amara giustapposizione delle immagini storiche di repertorio, con quelle monocrome della Gran Bretagna contemporanea degradata, mette in mostra una saga nazionale e familiare. é un film costruito mediante sequenze che sono spesso sottolineate solo tematicamente conferendo una ossatura a collage debitrice dei Super 8. Una storia d'amore muta, più limitrofa alla poesia che alla prosa, operando al contrario di un cinema legato alla parola. L'aria carnascialesca e lo spirito anarcopunk di Jubilee sono sostituite da un tetro lamento, da una rabbia non trattenuta di un documentarista poetico che si giova di un tour nella terra desolata dei docklands londinesi, nelle loro strade brulicanti di pattume, per plasmare con evidenza un'urbanità apocalittica, un'atmosfera d'isteria, paranoia e pessimismo, con uno stile da collage dada cui fa riscontro una commistione di sonorità di diversa origine ed immagini su diverso supporto e di diversa natura, unito ad un perverso piacere derivato dalla bellezza intima delle immagini filmate.

Caravaggio, il vangelo pittorico di Jarman



Un film pieno di poesia, di allusioni e rimandi artistici, affondato nello spirito della filosofia seicentesca, in quel periodo dove si è provveduto alla costruzione dei ruoli sessuali e soggettivi, ma al tempomstesso estremamente contemporaneo. Il filosofo martire con la sua concezione del mondo composto da infiniti atomi viventi, crea un background culturale con l’utilizzo non casuale o fortuito degli oggetti che corrisponde ad una precisa atmosfera pittorica e cromatica. L’attualità del film è segnata da espedienti che sconcertano lo spettatore in un primo momento, come quello di non usare sempre abiti d’epoca, di introdurre oggetti anacronistici ( auto, biciclette, la radiocronaca di un incontro di calcio) con richiami sapientemente ammiccanti, intrecciando un’atmosfera metastorica imbottita di insert spazio – cosmici, non circoscrivendo la scelta degli oggetti e dei costumi alle cose d’epoca, pareggiando lo stesso trattamento riservato dal Merisi ai soggetti biblici ed all’estetica dell’uso della storia e della religione. Jarman ha ricusato l’ambientazione storica per tenersi alla larga da qualsiasi lusinga agiografica, optando per una singolare e anomala rivisitazione degli anni sessanta in cui però accanto ad auto lucide, moto nascoste in fienili e calcolatrici da taschino, sopravvivono anche lussuosi abiti seicenteschi ed ecclesiastici perfettamente abbigliati da cattolicesimo barocco. Lo stesso regista affermò che “ nella realizzazione di questo film ho pensato molto al cinema muto, se c’è un’influenza sensibile in questo film, allora è quella del cinema di Dreyer, un cinema statico che amo moltissimo”

martedì 6 luglio 2010

The Legendary Bob Sinclar


ARRIVA IL GRANDE BOB SINCLAR...

martedì 15 giugno 2010

Giuliano Palma, live a Sottomarina



Lo spettacolo gratuito, a Sottomarina (VE) domenica 20 giugno 2010, ore 19.00, nello stabilimento balneare di riferimento per la movida estiva del Nord Est


ALL’INDIGA ARENILE INFUOCATO PER IL CONCERTO DI GIULIANO PALMA & THE BLUEBEATERS


Pubblico pronto a scatenarsi sulla spiaggia. La band riproporrà i grandi classici, da Tutta la mia Città e Messico e Nuvole fino all’ultimo singolo Nuvole Rosa. La stagione “on the beach” dell’Indiga ha in cartellone un altro appuntamento di rilievo: domenica 25 luglio, prevendita online sul sito www.molocinque.it, arriva Bob Sinclair, il più grande dj al mondo.


Una domenica all’insegna della grande musica live da ballare a piedi nudi sulla spiaggia. Domenica 20 giugno 2010, dalle 19.00, ingresso gratuito, all’Indiga di Sottomarina ( Venezia), Via San Felice Zona Diga, lo stabilimento balneare ormai meta di culto per la movida estiva del Nordest, si terrà l’atteso concerto di Giuliano Palma and the BlueBeaters.

Una band che ha raggiunto in breve tempo la celebrità arrangiando con successo , in chiave ska e rock steady, hits e brani misconosciuti reggae, rock e pop del passato. Il nome del gruppo è infatti un chiaro omaggio alla musica giamaicana dei sixties , il blue beat, e grazie alle istrioniche qualità del leader Giuliano Palma, ex frontman dei Casino Royale, altra storica band della scena indie nazionale, grandi classici sono ritornati in auge in una veste nuova ed insolita.


Tra questi ricordiamo "Tutta la mia città "dell’Equipe 84, "Messico e Nuvole" di Paolo Conte nonché cavallo di battaglia di Jannacci, "Per una lira" di Lucio Battisti, "Che cosa c’è" di Gino Paoli. Brani appezzati dal grande pubblico sia nei passaggi radiofonici che nelle esecuzioni live, fino ad arrivare all’ultimo singolo "Nuvole rosa", un inedito che vanta la prestigiosa collaborazione di Melanie Fiona, regina delle charts nel 2009 con il singolo "Give it to me right", per un duetto in pieno stile Motown.


Giuliano Palma suonerà su un palco posizionato di spalle al mare. Una scenografia naturale di grande impatto per tutti i presenti che potranno gustarsi il suggestivo tramonto della riviera di Sottomarina sorseggiando un aperitivo in relax o iniziandosi a caricare con la musica proposta nel preconcerto, a partire dalle 18, dallo staff dei dj del Molocinque, Mistericky e Gianni Coletti.


La stagione “on the beach” dell’Indiga, organizzata da due team collaudati, Gruppo Molocinque e Boscolo Bielo, ha in cartellone un altro appuntamento di rilievo.

Domenica 25 luglio, prevendita online sul sito
www.molocinque.it, spazio all’house, funky, dance ed hip hop con Bob Sinclair, riconosciuto unanimemente il più grande dj al mondo. Virtuoso della consolle e producer, con il suo stile inimitabile presenterà al grande pubblico una selezione musicale all’insegna di nuovi e storici successi. Suoi alcuni dei tormentoni musicali che hanno venduto milioni di copie negli ultimi anni: "Love Generation" e "World, Hold On". Ad affiancare Sinclair, altre due star, Carlos Fauvrelle, leader nella dance elettronica ed il vocalist DJ Gaty.


La gestione inoltre sostiene da sempre iniziative legate divertimento sano ed al “bere consapevole”. All’interno dell’Indiga è presente un corner dove operatori sociali con test e materiale didattico svolgono informazione e prevenzione sui rischi legati al consumo di stupefacenti ed alcool.

Info: MOLOCINQUE
Via dell'elettricità, 8 Marghera (Venezia)
T +39 041 538 4983
F +39 041 538 6740
www.molocinque.it
segreteria@molocinque.it

Ufficio Stampa: Sabino Cirulli, tel. 349 2165175
Mail:
sabinofabiocirulli@yahoo.it

martedì 8 giugno 2010

Tangocamp, y nada mas!


Nella Capitale la prossima settimana,
un grande evento: TANGOCAMP!

La tempesta, il congedo del Bardo


La tempesta fu l'ultimo dramma scritto da Shakespeare, rielaborato in occasione delle nozze di Elisabetta, figlia di Giacomo I, con l'elettore palatino, nozze che sembrarono sancire l'alleanza, poi rivelatasi di breve durata, fra due delle maggiori potenze protestanti emerse dalla guerra di religione, che, come ogni evidenza, stava cercando di imitare una forma per lui nuova, completamente diversa da Giulietta e Romeo o Macbeth o Amleto che sono invece confrontational dramas, essendo questo secondo Masolino D'Amico " un dramma di conclusione o addirittura di celebrazione". Questo genere si è riprodotto nel teatro contemporaneo nella forma del dramma psicologico. Tale testo teatrale è diventato molto rilevante negli anni '70 ed '80, essendo molto legato alle problematiche di fine secolo, trattando rinascita e rinnovamento, fondandosi sul desiderio di perdono in situazioni di vendette senza fine, e evidenziando il tema della conoscenza, del suo accumulo e della possibilità insita di potersene infischiare sbarazzandosene, è come dice Renè Girard " ... una ragnatela al centro della quale Prospero - Shakespeare osserva il processo della propria creazione".

Jubilee, il punk visto da Derek Jarman


Tutta l'energia, la violenza sgradevole, ma mai solleticata e l'impeto anti arte alta che caratterizzò la Pop Art, con la sua serializzazione ed iterazione del prodotto artistico, sostenuta dal punk e l'annessa visione etico - estetica fondata sul disgusto, si fuse in Jubilee, che all'inizio non fu visto come un film politico nel messaggio, ma divenne il manifesto cruciale dell'era punk, sia per le scene molto violente, che lo accostarono al gemello kubrickiano Arancia Meccanica, che per il coinvolgimento di di divi musicali allora a la page ( Jordan , Adam Ant, Wayne County). Essendo il punk un fenomeno inglese trascinato soprattutto dal sound caratteristico dei '70, contrapponendo l'Inghilterra di quegli anni con il periodo più fulgido della sua storia. Per Derek Jarman, l'estetica punk e la sua messa in scena aprirono vie di comparazione alla sessualità che Sebastiane sembrava aver chiuso in un'unica direzione.

giovedì 3 giugno 2010

Haytango


Un portale web dove inserire tutti gli eventi tangueri e diffonderli capillarmente nel web.

Un progetto affascinante e da sfogliare virtualmente nei minimi dettagli.

Imperdibile


martedì 1 giugno 2010

Sebastiane, la passione secondo Jarman... in latino


Con Sebastiane l'entusiasmo delicato camp, e generalizzato mitologicamente e personalmente dei super 8 è rimpiazzato da un'aggressiva immediatezza che è allo stesso tempo istituzionale e socio - politica. E' dunque non tanto un'opera perforata da intellettualismi ( magari fisicizzati nella corporabilità) o percorsa da effimere presenze ( ectoplasmi mentali), quanto un film di confine, certificato sulla soglia che disgiunge due momenti storico - artistici personali, nella scelta di promuovere una carriera nel mondo delle arti tradizionali o innestarsi d'altro canto nel versante della produzione cinematografica di lungometraggi come regista, ossia responsabile a tutto tondo del lavoro. Forse il suo aspetto più innovativo è la conversazione in latino, sebbene sia un latino delle strade, irruente, impudico, appropriato per risse e tafferugli, parlato con un curioso e pesante accento anglosassone, da cui ci si dovrebbe aspettare rimbombi lontani, e in cambio si fonde stranamente, senza referenti esterni, con la negligenza quotidiana e la micromimica dei soldati romani, come se Jarman avesse forgiato uno slang nuovo di una comunità unica, e non cercato di recuperare una lingua estinta da secoli, trascinata solo dalla pratica scolastica. La seduzione della leggendaria Passio S.Sebastiani è stata enorme e, dal Medioevo ai nostri giorni, ha trovato amplissimo impiego, ricorda che alla fine del III sec. una giovane guardia pretoriana, Sebastiano dalla bella capigliatura, caro al cuore di Diocleziano e Massimiano, diede scandalo assistendo i cristiani carcerati e convertendo nobili e magistrati. La pertinacia del martirio, la tracotanza orgogliosa di essere immolato ad ogni costo, la voluttà degli estremi.