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mercoledì 4 maggio 2016

Il genio criminale di Woody Allen







Il capolavoro degli esordi. Woody Allen con "Prendi i soldi e scappa" irrompe nel cinema americano di fine sessanta ed inizio seventies con la sua irriverente comicità che traduce alla perfezione tic, nevrosi psicoanalitiche e tensioni politiche e sociali di quel decennio, inglobando ansie e pulsioni da contestazione giovanile. Uno humour intriso di snobismo con velate, ma non troppo, sfumature intellettuali che in alcuni casi si traducono visivamente nella resa delle sue celebri freddure. In questa pellicola si seguono le (dis) avventure di Virgil che fin dalla tenera età decide con scarsissimi e goffi risultati di darsi al crimine porsi fuori dalla legge. E nonostante l'amore ricambiato di una avvenente donna non può sfuggire al suo destino. A distanza di quarant'anni non si smette ancora di ridere, basti pensare ad alcune sequenze famose, dalla pistola di sapone ch esorto la pioggia si scioglie in una bolla alla banca rapinata in contemporanea da due batterie di ladri. Per ridere di gusto in un film con uno straordinario equilibrio fra umorismo verbale e ironia visiva.

" TRE COMICI DISCRETAMENTE DIVERTENTI": AL TEATRO A L'AVOGARIA DI VENEZIA L'IRONIA RIGOROSAMENTE VIETATA AI MINORI E SENZA PELI SULLA LINGUA





Dopo il sold out del primo appuntamento ritorna la comicità più irriverente e rigorosamente vietata ai minori al Teatro a l'Avogaria di Venezia (Dorsoduro 1607, Corte Zappa). Martedí 10 maggio 2016, ore 21.00,   saranno in scena tre stand up comedian che vivono a Roma:   Francesco Frascà, Stefano Rapone e Daniele Tinti con "Tre comici discretamente divertenti". Già apparsi in entrambe le edizioni del programma "Natural Born Comedians" su Comedy Central, si alterneranno sul palco portando un monologo ciascuno, ognuno con uno stile diverso.Francesco Frascà è un comico osservazionale, che spesso si concentra sui problemi di vita quotidiana e sulle interazioni sociali che ha o è costretto ad avere con la gente.Stefano Rapone si distingue per una comicità monotono, quasi depressiva, che si scontra invece con la violenza delle critiche che il comico rivolge verso se stesso e verso il mondo.Daniele Tinti fa stand up comedy per mettere ordine ai pensieri che gli girano per la testa. Sfrutta i suoi monologhi autoironici per lanciare qualche frecciata alle stranezze del mondo che lo circonda. Uno show irriverente senza peli sulla lingua, pronto a beffeggiare ogni tabù e il pubblico, ridicolizzando i luoghi comuni e il politically correct.

A fare gli onori di casa della rassegna, con la sua comicità aggressiva e irriverente, sarà il veneziano   Nicolò Falcone, coadiuvato da Maddalena Pugliese il quale porterà sul palco il punto di vista del ragazzetto viziato a cui la vita e la famiglia non hanno fatto mancare nulla. 

La stand up comedy e'un genere di commedia dove l'artista interpreta dei monologhi in modo corrosivo all'insegna del politicamente scorretto dove si distruggono i luoghi comuni per infrangere le sicurezze dell'essere umano, una comicità non per tutti con un linguaggio diretto e talvolta offensivo che va senza preamboli alla pancia delle persone. Una commedia dove l'attore in primis fa ridere di se' per poi passare ad attaccare gli altri, nello specifico le certezze dello spettatore.


L’Associazione Teatro a l’Avogaria, nasce nel 1969 dalla passione e dalla tenacia di Giovanni Poli, già fondatore del Teatro Universitario Cà Foscari di Venezia, e dagli esordi si pone come laboratorio di ricerca che coniuga un metodo d’improvvisazione teatrale tra la Commedia dell’Arte e le Teorie dell’Avanguardia. In più di quarant’anni di attività ha prodotto oltre sessanta spettacoli tra cui la “Commedia degli Zanni” rappresentata con successo sui più importanti palcoscenici internazionali. Riconosciuta come uno dei centri di formazione professionale di riferimento nel Triveneto, ogni anno organizza corsi, dedicati ad appassionati e professionisti, su discipline quali recitazione, Commedia dell’Arte, dizione, storia del teatro, canto, tecnica dell’interpretazione. 
 
Gli spettacoli, tutti alle ore 21.00, su prenotazione telefonica ai numeri 0410991967-335372889 , avogaria@gmail.com     

Info Ufficio Stampa - Tel.349/2165175

giovedì 24 marzo 2016

Tarantino piú manierista che mai





The Hateful Eight é l'ultima sontuosa pellicola di Tarantino. Claustrofobica e filologicamente ineccepibile, come del resto i suoi ultimi lavori, ci porta alla fine della Guerra Civile Americana, in un mondo popolato di antieroi, che mai come in questa occasione rispondono ai dettami dell'homo homini lupus. Tra cacciatori di taglie senza scrupoli, assassini e fuorilegge della peggior specie, donne che non hanno nulla di femminile, teste sfracellate, secchiate di sangue e materia cerebrale é un viaggio glaciale, perché si é costantemente immersi nella neve del Wyoming nell'America più brutale, razzista dove l'unico prisma é quello della violenza. Il film é forse il meno digeribile fra quelli fin qui girati da Quentin, sia per la durata che per la verbosità eccessiva di alcuni momenti, ma i cinofili più accaniti non potranno non innamorarsene scegliendo di volta in volta quale dei protagonisti di questo racconto corale  amare alla follia. E sono sicuro che Samuel Jackson e Kurt Russell rimarranno a lungo impressi nell'immaginario collettivo. Un Quentin manierista che fa di tutto per renderci odiosi e antipatici i suoi attori e che cerca di stremarci con una logorrea di parole che segue una lenta invasione delle immagini. Infatti qui il massacro non si consuma rapidamente, ma con lentezza scava la visione. Indimenticabile il finale senza happy end dove la conclusione di tutto può essere solo la strage, l''annichilimento dell'esistente. Un finale che ricorda, con la dovuta presa di posizione, il grande e immenso Mucchio Selvaggio del maestro Peckinpah.

Remember. Egoyan e la discesa nella memoria





Remember di Atom Egoyan é una film godibile, quasi un thriller sui generis dove il protagonista é un anziano ospite di una casa di riposo, Zev Gutnam che dopo il decesso della moglie si mette alla ricerca degli aguzzini tedeschi del campo di concentramento dove era stato internato durante la seconda guerra mondiale, in particolare di Rudy Kurlander.Un viaggio attraverso l'America rurale armato di una pistola e di un foglio contenente le istruzioni fornite da Max Rosenbaum, un rabbino costretto su una sedia rotelle nella sua stessa casa di riposo che si trasforma in una lenta discesa all'interno della propria personalità, fino al colpo di scena finale. La pellicola si muove come una indagine introspettiva per chiarire chi sia una volta per tutte il protagonista, superbamente interpretato da Christopher Plummer e dopo quattro incontri finalmente riuscirà a scoprire chi veramente é. Un piccolo film geniale su come spesso la realtà é tutto un gioco di apparenze e la presa di coscienza di quello che esiste realmente é foriera di conseguenze tragiche.

martedì 1 marzo 2016

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT, IL SUPEREROE COATTO




Le non grandi aspettative su questa pellicola sono state spazzate via sin dalle prime scene: un fantastico inseguimento sul lungo Tevere che mi ha ricordato tanto analoghi fughe tra forze dell'ordine e criminali nei film di genere degli anni'70 ( Castellari, Fulci,  Di Leo). Qui il protagonista é un superbo Claudio Santamaria, forse il miglior attore italiano della sua generazione che, ingrassato di venti chili, interpreta Enzo Ceccotti un piccolo delinquente che ruba Rolex che per sfuggire alla madama trova il coraggio di buttarsi nel fiume che attraversa Roma salvo venire a contatto con una misteriosa sostanza melmosa radioattiva che fuoriesce smuovendo alcuni fusti depositati in quella che sembra una cloaca a cielo aperto. Dopo tormenti fisici, comprende di aver acquisito una forza sovrumana e decide di metterla al servizio delle sue attività non lecite, tipo sradicare un bancomat. Insofferente verso l'autorità ed il prossimo si trova invischiato suo malgrado in una contesa fra la banda dello zingaro, un laido e perverso Luca Marinelli e un clan di camorristi partenopei. Dopo l'incontro con Alessia, una ragazza instabile mentalmente convinta che sia lui l'eroe del famoso manga Jeeg Robot d'Acciaio, la sua vita non sarà più la stessa. Il cinema italiano rifiata e da' segni di vita con una produzione minore che fa il verso ai supereroi di casa Marvel e DC Comics. Qui peró il protagonista é un delinquente di borgata e ultra coatto che trascorre la sua esistenza mangiando yogurt e vedendo porno di serie B che accetta i suoi poteri senza farsi grandi domande o rifiutando di assumersi particolari responsabilità, tranne nel finale. E' una lotta di sopravvivenza in una Tor Bella Monaca equivalente ad una giungla o ai paesaggi spettrali di fine millennio che pullulavano in Ken il guerriero. Un film che fa divertire sparandoci una bella dose di adrenalina evitando qualsiasi risvolto cerebrale che appesantirebbe la narrazione. Su tutto il magistrale confronto tra Ceccotti e il malavitoso psicopatico, lo zingaro che il regista Mainetti evita di caricare di significati metafisici per lasciarlo a pura gara di sopravvivenza. Un film destinato a rappresentare questi anni. Da vedere assolutamente.


domenica 19 gennaio 2014

Avvolti nel Mistero dell'Acqua





Un film che non ha goduto del successo di critica e pubblico, entrambi spiazzati dalla discesa in un campo differente dal solito. Eppure la regista Kathryn Bigelow firma con " Il mistero dell'acqua" una pellicola interessante, almeno come plot narrativo e resa formale, sebbene forse in alcune parti si avverta la mancanza di uno slancio creativo. 

Certo il tema é difficile, mettere a confronto due storie differenti, ambientate in secoli diversi con l'obbligo di trovare un laccio che ne leghi e strozzi le relative vicende. Due coppie su di una imbarcazione affrontano un viaggio per riesumare prove e tracce di una strage avvenuta a Smuttynose nel XIX sec., e in un  alternarsi sempre più frenetico fra la tragedia del passato e le atmosfere cupe e claustrofobie del presente, cresce la tensione emotiva che verrá sepolta dall'elemento acquatico. L' acqua diventa così la vera protagonista di questo film, con la sua "liquidità", il suo innato senso dello scorrere diventa il liquido amniotico, una placenta mortale che ricopre, ingoia ed espelle le vite delle varie coppie, frantumando assi spazio temporali. Da antologia, ma credo che non abbia quasi mai sbagliato, il nevrotico personaggio maschile interpretato da un monumentale Sean Penn. 

Trovo indovinata la scelta della barca come microcosmo dove fare emergere al livello massimo pulsioni ed angosce, forse sarebbe servito dello humour nero, dosato al momento giusto, ma allora sarebbe diventato un capolavoro

Gangster n.1... realmente numero 1






Recuperiamolo Gangster N. 1 di Paul McGuigan . Basterebbe la presenza contemporanea di due fra gli attori più manieristi ogni epoca, Malcolm McDowell e David Thewlis, a giustificarne la visione. Certo la trama é un classico del gangster movie e del cinema stessa, la vendetta e la resa dei conti, lo scontro generazionale  fra due  antagonisti, condito da una violenza allucinante che alla fine non é altro che la lotta fra se stessi. Voce off, colonna sonora , dialoghi sulle righe, abiti lussuosi… tutto rende giustizia ad un film eccessivo ma necessario, come la brutalità' di alcune scene che vengono autogiustificate con una ritualità perversa. Stiamo parlando di quando il gangster prima di ridurre a brandelli i nemici con il machete decide di spogliarsi e rimanere in mutande e canottiera imbrattandosi di sangue. Paranoia e violenza, un doppio binario esplorato alla perfezione, frutto di un sound design eccellente di Simon Turner e di una fotografia superba. Non ritengo che nell'ultimo ventennio un film abbia tracciato un ritratto così perfetto di un gangster così nevrotico , e figlio di una violenza gratuita che conduce alla definitiva perdizione. Non si é numeri uno a caso, e non lo si rimane così a lungo. Siamo dalle parti di Scarface, e questo film forse ce lo rammenta.

mercoledì 8 gennaio 2014

Uno Shakespeare tremendamente "pulp"





Non so quanti di voi gradiscano film tratti da opere del sommo Shakespeare. Io personalmente riesco ad esserne  sempre affascinato, specie se si tratta di riduzioni di opere cosiddette "minori", un aggettivo che dovrebbe essere vietato per il sommo bardo.  Titus di Julie Taymor è un piccolo capolavoro, forse passato inosservato sebbene annoveri un cast stellare. 

Stiamo parlando di Anthony Hopkins, Jessica Lange, Jonathan Rhys – Meyers, per non parlare della fotografia di Luciano Tovoli e dei costumi dell’immenso Dante Ferretti.  Un film  visionario e violento, che riesce a coinvolgerti fin dall’inizio. Il protagonista, Anthony Hopkins – Titus, leggendario e glorioso condottiero romano, al ritorno nell’Urbe dall’ennesima campagna trionfale , decide di sostenere l’elezione ad imperatore del volubile ed iracondo Saturnino. Una scelta che si rivelerà infausta , gravida di sciagure per la sua persona e la sua famiglia. 

La regista, dal solido background teatrale, riesce a ricreare un mix coinvolgente di modernità e classicità nella scenografia e nell’azione , con una Roma decadente le cui strade sono sferzate da carri ed automobili. Sicuramente non vi era altra possibilità di tradurre una delle tragedie più efferate di Shakespeare che proprio per questa sua natura sanguinaria e violenta era una tra le più amate dal pubblico della sua epoca. Corre sottile, ma pronto ad aggredire lo spettatore questa commistionarsi di crudeltà ed ingiustizia , entrambe sospese tra passato e futuro, in una dimensione che a tratti sfocia nella atemporalità , assumendo le stimmate dell’immortalità. 

A non tutti piaceranno alcuni elementi profani , ma forse è l’unico scotto da pagare per entrare nella quotidianità, per rendere ancora più vicino a noi un grande capolavoro.

venerdì 23 agosto 2013

Teorema...si puo' davvero essere rivoluzionari?





Pasolini lo si ama o lo si odia. E lo stesso vale per la maggior parte dei suoi film. Duri, enigmatici, scomodi , disturbanti, sia nelle immagini che nei contenuti, apocalittici, tragici, senza redenzione. Non fa eccezione Teorema. Ancora oggi mi chiedo, dopo quella prima folgorante visione, anni addietro, chi é il misterioso giovane che scardina, rovina e distrugge una rispettabilissima famiglia alto borghese milanese? Quale simbolo incarna? La trama di questo film é nota. Un misterioso studente, interpretato da Terence Stamp, si presenta ex abrupto in una famiglia modello depravandone in poco tempo i costumi. Tutti i membri di questo nucleo microcosmico faranno l'amore con lui, ma la sua dipartita portera' conseguenze nefaste ed imprevedibili per quella che sembra essere la societa' delle apparenze piccolo borghesi. La domestica morira' in odore di santita', la madre dara' sfogo alla sua ninfomania con giovani virgulti, la figlia diventa pazza, il figlio sceglie di fare l'artista mentre il capofamiglia si disfa della fabbrica e si incammina nudo senza meta. Uno dei film simbolo del sessantotto dove si celebrava, o meglio si auspicava,  senza mezzi termini, il crollo della famiglia e della societa' moderna attraverso l'amore ed il sesso. Una profezia non avveratasi, se leggiamo il tutto 40 anni dopo, ma che ancora oggi evoca un profondo senso di sacro, quel misticismo senza tempo, laico e religioso al tempo stesso di cui era intriso Pasolini. La normalita' dello studente che infrange gli schematismi della famiglia ha una profonda carica rivoluzionaria. Non serve la violenza come grimaldello per la ribellione. Ancora una volta si ripensa all'Eden perduto, ma in nome di cosa e di chi bisogna combattere? Chi davvero é rivoluzionario? Su questo l'autore, come per una ultima beffa, non si pronuncia, ma lentamente inizia a scavare quella parabola della discesa agli inferi che tocchera' il suo ultimo vertice in Salo'o le 120 giornate di Sodoma.

Porcile: la societá borghese non perdona







La bellissima Villa Pisani di Stra e le selvagge falde dell'Etna. Sono i due paesaggi dove Pasolini ambienta uno dei suoi film piu' crudeli e disperati. Porcile é l'amara parabola di una mancata redenzione, quella di una umanita' asservita ai suoi bisogni primordiali che viene fagocitata dalla civilta', dalle sue regole perveniste, dalle logiche di potere. Siamo pur sempre in pieno sessantotto e questa pellicola inevitabilmente ne porta le stimate, forse piu' datata di altre, anche perche' intrisa di ideologia rivoluzionaria. Le due storie che si muovono in parallelo sono le altrettante facce di una stessa , sudicia moralmente, medaglia. Nel primo episodio, ambientato in un remoto passato, un gruppo di cannibali tra cui l'indimenticabile Pierre Clementi , si nutrono, stuprano e fanno scempio della carne umana. Catturati dal potere ecclesiastico vengono per contrappasso condannati ad essere sbranati da una muta di cani selvaggi. Il secondo episodio vede un giovane rampollo di una ricca famiglia industriale, il mitico Jean Leaud, condurre una esistenza atavica indeciso se ribellarsi al padre, capitalista post nazista o seguire la via rivoluzionaria della propria ragazza. Finira' tragicamente, durante una festa in cui si celebra l'alleanza capitalista del padre e di un partner industriale dal torbido passato finirà' sbranato dai maiali con cui é solito accoppiarsi. L'amara riflessione di Pasolini sembra condurre ad una sola soluzione, recuperare i valori della civilta' contadina, mitico eden, libero dai tentacoli mostruosi della societa' borghese e capitalista, dove non esistono vincitori. La condanna é unanime e travolge sia chi si ribella, sia chi cerca di cavalcarne la tigre. Con questo lavoro l'autore rifiuta la ribellione fine a se stesa, puro gestualita' che si specchia nel proprio narcisismo. Un grandioso ed estremo ritratto della decadenza del mondo occidentale ormai irrimediabilmente compromesso dove l'unico barlume di salvezza é il personaggio del contadino interpretato da Ninetto Davoli, la semplicita' che puo'disarmare l'anarchia apocalittica.

martedì 20 agosto 2013

Signore e Signori: ritratto impietoso della provincia veneta...ed italiana







Considero Pietro Germi uno dei registi piu' sottovalutati del cinema italiano, con un talento pari a quello di Monicelli e Scola, anche se in termini di sarcasmo e cattiveria forse li supera. Basti pensare ad Amici Miei, o al mitico Signore e Signori. Una pellicola del 1966 in bianco e nero che in tre episodi fa piazza pulita di tutto il buonismo e dell'ipocrisia piccolo borghese dell'Italia di quegli anni. Treviso diventa lo specchio di una societa' che deve ancora vivere le pulsioni e le ribellioni giovanili del '68,  e si rannicchia dentro se stessa alla ricerca di quelle finzioni ed apparenze che diventano il sale del perbenismo cattolico e democristiano. Mai come in questo film il sesso viene rappresentato come il tabu' per eccellenza dell'Italia del dopoguerra sia che si tratti di borghesi che di contadini, per non parlare degli aristocratici o degli industriali.  E del sesso non si parla, o meglio é il sottaciuto di cui se ne parla alle spalle, una sorta di arma bianca con cui ricattare il prossimo o dimostrare a questi la virilita' del maschio latino. Il film ancora oggi ha una freschezza e una modernita' straordinaria. E nell'epoca dei vari talent show e delle vaccate alla Maria De Filippi certifica come alcuni comportamenti tipici della societa' e dell'uomo medio italiano siano lungi dallo sparire. Anzi. Spiare dal buco della serratura, o parlare alle spalle é sempre lo sport nazionale.

lunedì 19 agosto 2013

Non si sfugge alla violenza, la memorabile parabola di Bangkok Dangerous





Gran film Bangkok Dangerous. I Pang Brothers non si ripeteranno piu' a questi livelli. Non possiamo non lasciarci ammaliare dalla surreale e violenta storia d'amore fra il killer afono Kong e la farmacista ignara dell'attivita' illecita del suo uomo. Una trama che fa da filo conduttore ad uno stratificarsi di intrighi, violenza e doppio gioco, senza  tralasciare quella atmosfera da ineluttabile melodramma che rende l'hard boiled made in Hong Kong insuperabile. Per chi ama questo filone, uno dei capisaldi del genere che riesce ad avvincere fin dalla prima scena e che esemplifica alla perfezione un concetto: non si sfugge al proprio destino , a maggior ragione quando questo é segnato dalla violenza. Anche se c'e' una calma apparente, una fase di riscatto e di abbandono dei codici dell'odio, il destino é in agguato. Ad esso non si sfugge e la spirale che si cela dietro il tentativo di rifarsi una vita non fa sconti. Un pessimismo cosmico suggellato nel tragico finale, una resa dei conti che diventa forse l'unico salvacondotto per una pace perenne. Memorabile.

Infernal affairs, crudele melo' da Hong Kong






Il melodramma ed il senso dell'onore unito ad una massiccia dose di violenza. Un cocktail che mi ha fatto amare,  fin dalla prima volta che ne ho visto una pellicola, quel fantastico cinema di genere che passa sotto il nome di Hong Kong Movies. "Infernal Affairs" é straordinario. Ogni volta che lo guardo non posso fare a meno di entrare da vittima predestinata di quel terribile e sordido vortice di inganni, tradimenti, mezze verita' e colpi di scena di questo capolavoro. Fino al bellissimo finale senza happy end. La trama é presto fatta: Il boss delle triadi ha infiltrato una talpa nel dipartimento della polizia antimafia, ed il capo della polizia ha fatto lo stesso dalla parte avversa. Una fuga di notizie ed alcune consegne di droga andate a male fanno sorgere dubbi ed interrogativi da ambo le parti. Due le talpe, ma solo una riuscira' a salvarsi. In tutta la pellicola si inseguono e corrono paralleli due sentimenti, la voglia di salvarsi e riscattare una infanzia squallida e l'amicizia virile, ma pare che quest'ultima sia solo un veloce salvacondotto per una fine prematura. Il film ha una architettura complessa, ma non di meno riesce ad affascinare grazie ad una prova maiuscola degli attori, star del cinema dell'Estremo oriente, e ad una trama davvero avvincente. Hard bolide raffinato sulla ricerca dell'identitá perduta anche se per un istante serpeggia l'amara convinzione che se la si abbandona per troppo tempo non la si riprendera' piu'. Scorsese si é ispirato per Departed, ma per una volta guardiamoci l'originale e lasciamo stare la copia, formale e poco riuscita al confronto.

venerdì 26 aprile 2013

Uno Scorsese... Fuori Orario





Uno dei film più divertenti ed assurdi di Martin Scorsese. Fuori Orario è l´incredibile e delirante avventura di un normale e kafkiano impiegato newyorkese ( Griffin Dunne) che intrigato dal fascino di una avvenente bionda ( Arquette) sprofonda nel cuore della Grande Mela a Soho, fra artisti underground, clochard e folli di ogni risma. Dopo una serie di peripezie al limite fra il grottesco ed il tragico, ritornerà alla normalità della sua grigia esistenza allo spuntare dell´alba. 

In questa pellicola Scorsese si diverte ad ironizzare sulla figura dello yuppie , acronimo di Young Urban Professional, un tipo umano che dominava nella cultura occidentale degli eighties ed a confrontare le sicurezze che dominano il suo habitat con le paure dell´ignoto rappresentato da un quartiere esterno. Una dicotomia fra casa e strada  esasperata fino al parossismo con l´incontro di donne strane ed aggressive che attentano al patrimonio di certezze del perbenista borghese Paul Hackett. Il film riscosse un discreto successo e convinse particolarmente la critica che lo premiò a Cannes con la Palma d´Oro per la miglio regia. Rivisto a distanza di oltre 20 anni... è invecchiato su alcuni punti, in particolar modo il femminismo e il boom dell´arte contemporanea underground che svuotata del senso di ribellione appare un fenomeno di moda storicizzato, ma ha ancora tanto da dire in merito alla regia ed al montaggio frenetico.

Una testimonianza brillante dal  punto di vista storico e sociologico di quegli anni e di come la discesa agli inferi può essere anche beffardamente divertente.

venerdì 5 aprile 2013

Rusty il selvaggio...la ricerca di uno spazio immenso per non lottare con se stessi ( e i propri simili)





Un grandioso omaggio al cinema classico, quello fatto di storie e di sguardi intensi, tipicamente americano, così come nostalgicamente e visceralmente Made in USA è la storia che parla di uno scontro tra bande giovanili  e l’eterno manicheo duellare fra bene e male. A questo va aggiunto un cast da brividi, attori che hanno segnato una epoca: Matt Dillon, Mickey Rourke, Dennis Hopper, Nicholas Cage, Tom Waits, una torbida e passionale Diane Lane, Vincent Spano, dulcis in fundo il geniale Tom Waits. Chi non ha bisogno di ulteriori indizi ha già riconosciuto il film: Rusty il Selvaggio di Francis Ford Coppola. 

Il titolo originale è Rumble Fish , piccoli pesciolini siamesi che lottano con i propri simili, non sopportando quasi la loro immagine. Siamo a Tulsa, e Rusty James (Dillon) guida una gang giovanile, si atteggia a leader sfrontato ed arrogante, ma in realtà è perennemente tormentato dal confronto con suo fratello maggiore, Motorcycle Boy (Rourke), che a causa dei problemi con la giustizia è fuggito. Come nella migliore tradizione del cinema giovanile e ribelle, quest’ultimo ritorna giusto in tempo per salvare Rusty da uno scontro con bande rivali cui stava per soccombere. È l’occasione per il regista di approfondire il rapporto fra i due fratelli e far emergere la stima ed il grande affetto , sentimenti cresciuti in un ambiente familiare non proprio idilliaco dove gigioneggia un magnifico Dennis Hopper nella parte di un padre alcolizzato. Intanto Rusty viene abbandonato dalla sua ragazza , delusa per il comportamento ambiguo ed incerto del fidanzato. Motorcycle Boy trascina il fratello in un negozio di animali che vengono liberati dalle gabbie e porta via dei pesci Rumble Fishes, ma sorpreso da un poliziotto che covava vendetta viene trucidato sul greto di un fiume. Rusty getta in acqua i pesci  e abbandona Tulsa in moto per le spiagge della California. 

Lo stile narrativo di Coppola è davvero originale ed affascinante: coniuga un bianconero dal retaggio espressionista  arricchito da inquadrature sghembe e sgranate con alcuni plot davvero geniali per l’economia del racconto, in primis le nuvole il cui scorrere serve a cambiare le scene ed a marcare il fluire del tempo. Siamo nei pressi di un cinema epico, dove l’epopea senza tempo è quella dell’affrancarsi di un adolescente dai problemi giovanili per approdare alla maturità. Ed è il dramma che bruscamente tronca l’età dell’innocenza. Un film che merita di stare al fianco di altri illustri capolavori quali Gioventù Bruciata, pellicole dove l’ansia della agognata ricerca della libertà emerge prepotentemente in ogni inquadratura. Tutti i giovani sono stati ribelli, … o almeno lo hanno sognato.

martedì 2 aprile 2013

La Conversazione, un Coppola geniale



Uno dei più straordinari film di Coppola che abbia mai visto. Certo siamo lontani dalla grandiosità epica de Apocalypse Now e la trilogia del Padrino. Ma il tono silenzioso e quasi dimesso, privo di retorica De La conversazione rappresenta uno dei punti di forza di questa pellicola. Quanto è stato lungimirante il regista a prevedere una epoca, come quella attuale, dove siamo spiati, invasi e controllati da migliaia di informazioni. Vittime sacrificali ed inconsapevoli di una nuova religione: l’intercettazione mediatica e privata. 

Un Gene Hackman in stato di grazia si trova al centro di un complotto. È un professionista dell’intercettazione ambientale incaricato da un impiegato di spiare una coppia clandestina , servendosi si un sofisticato sistema brevettato da se stesso. La storia però puzza di bruciato ed il sospetto di essere al centro di un complotto  diventa realtà quando dopo un’avventura con una seducente fanciulla si alza scoprendo che sia la donna che i nastri si sono volatilizzati. È stato giocato dalla coppia di amanti che si sono liberati del marito della donna. Hackman viene informato che casa sua è sotto controllo, ma tentato inutilmente di scovarli, divelta la casa in una crisi isterica si rassegna a suonare il sax nel suo appartamento. Coppola rappresenta una amara parabola sul Watergate e sullo spionaggio industriale ma che risulta attuale ancora oggi. Nessuno è al riparo quando si trova incastrato nei meccanismi infernali  del suo lavoro e della sua società. L’unica liberazione può risultare la follia. 

Di questo film mi affascina il contrasto tra il taciturno mondo dell’asso dello spionaggio e l’onda fragorosa delle voci esterne cui è costretto all’ascolto.  Un film che insegna quanto spiare gli altri risulti pericoloso, perché si è costretti poi a spiare se stessi e difendersi da comportamenti analoghi. Nella società di Facebook e dei social media  un capolavoro di Coppola da rivedere, ingiustamente poco amato dalla critica e dal grande pubblico.

lunedì 11 marzo 2013

Peter Greenaway...giocando diabolicamente con l'acqua





Si può amare alla follia un regista solo per la qualità delle sue immagini, non tenendo in considerazione alcuna il plot narrativo?

È una scelta quasi obbligata se si parla del genio Peter Greenaway. La sua produzione filmica, artistica, è lussuregginate nel sue vortice barocco di immagini, nella sua concatenazione astratto – matematica dei segni. Mi ricordo una bellissima mostra sul regista inglese agli antichi granai della Giudecca a Venezia, credo fosse stata allestita nei primi ’90. Lì si proiettava un film incredibile, Giochi nell’acqua, che in lingua originale si intitola Drowing by numbers, ovvero fa riferimento a quei puzzle colorati numerati che disegnano i bambini. Lo shock è stato forte. Le immagini, l’acqua uno degli elementi che narrativamente meglio rendono il pensiero di Greenaway mi avevano travolto. Era come se ogni singolo fotogramma avesse una lettura ed una vita a sé stante. La trama, che spesso nei suoi lavori è marginale, quasi scompariva, inghiottita dall’alchemico conteggio della bambina che compare ad inizio film. 

Tre donne, nonna, madre e nipote, che equivalgono altresì alle tre età della vita sono legate fra di loro da un cordone ombelicale strettissimo: lo stesso nome , il medesimo delitto ( tutte e tre hanno ucciso il rispettivo marito) e lo stesso uomo desiderato ( il medico legale). Quest’ultimo verrà ucciso e sacrificato idealmente dalle tre donne in una cerimonia notturna, … la notte è un altro topos di Greenaway dove si disperdono le ceneri dei consorti… e lucean le stelle e la bambina continua a saltare la corda contando cento astri. Greenaway si ama o si odia, ma per provare un sentimento così intenso bisogna abbandonarsi alle sue riflessioni. È un giallista delle immagini, dissemina i suoi film di tableaux vivants, rievocazioni pittoriche, riferimenti e citazioni colte. Il piacere sta nel sublimare con l’occhio l’estasi delle immagini , immagini che si auto completano e si autoalimentano senza bisogno di nutrimento narrativo. 

Non è un regista facile, bisogna aver secondo me almeno sostenuto 3-4 esami di storia dell’arte moderna e barocca per comprenderne almeno  in parte i suoi giochi mentali…ma se per una volta pensiamo alla possibilità che un film riesca ad assumere la dignità e la possanza espressiva di un quadro, allora non possiamo che gioire davanti a Greenaway. Ed immergerci, annegare nell’acqua per rinascere a nuova vita. Come se questo sacro liquido ci riportasse indietro alla cascata amniotica, al mistero dell’esistenza. 

Un mistero che rimane forse un gioco… un terrificante gioco alchemico di vita e morte.

giovedì 7 marzo 2013

The Garden... il giardino di Derek






In The Garden,Derek Jarman ha una sua mansione dentro il personale status di sogno, come uomo accerchaito dall'agonia e dal terrore nel letto, piazza se stesso in una maniera più simbolica all'interno dentro il testo filmico e come sottolineò Tilda Swinton in un'intervista ad Art Scribe, le pareva di avere effettivamente lavorato in un sogno del suo direttore, non potendo oltre un certo limite decodificare i significati delle azioni non avendo il codice interpretativo delle azioni del regista. 

La sequenza della morte di Cristo è un tour de force del montaggio, usando riprese in Super 8, che compendiano la qualità specifica del colore di questo formato e luce e fotografie con tempi lunghi e riprese iterate, girando dei fotogrammi insuperati nella loro vigoria e bellezza di spirito.

La conversazione angelica di Derek Jarman





In The Angelic Conversation le idee sopraggiungono dopo le immagini. Subito balza all'occhio la novità stilistica di Derek Jarman che si avvale per la prima volta in un lungometraggio del nastro magnetico e della pellicola confezionando il primo di una serie di ibridi che convincono la critica ad asserire che non si tratta realmente di cinema, un problema di difficile risoluzione per l'interpretazione gnoseologica della sua produzione fino ad arrivare all'inclassificabile Blue. Ossia prima filma in Super 8, per poi passare, attraverso il video, ai 35 mm e tramite escamotage tecnici rinviene un originale mezzo per dare al flusso di immagini un ritmo rallentato e frazionato , quasi una successione di diapositive in movimento, e proiettando intere sequenze alla velocità filmiche la sospensione del tempo, che é una proprietà specifica del quadro, affascinato dalla commistione delle arti, nel sogno di creare una opera d'arte totale. 

L'incipit aveva icone dell'industrializzazione , il panorama più familiare all'artista, la macchina che brucia, la croce relazionata alle industrie in una sorta di occhio bunueliano, discordante espressione del sacro in un aspro habitat naturale deteriorato dalle taniche arrugginite e dai fumi delle fabbriche, un Eden rovesciato. Entrano impetuosamente poi due topos junghiani come il viaggio notturno e le grotte, che sono siti dove si avviano le analisi, le riflessioni meditative sulla propria condizione esistenziale, la conoscenza, luoghi dove il mondo potrebbe essere accomodato in una dimensione esatta, avulsa dai compromessi della realtà esterna. E'una sorta di liturgia, dove lo sprofondare, é come in Rimbaud, la discesa nel lato opposto che é inevitabile e necessaria per risorgere a nuova vita, purificarsi attraverso il male e la morte spirituale e morale come pass salvifico. 

Dove si presenta l'acqua c'é l'abluzione , il lavaggio rituale della terra  e il sole che sorge, ravvisando in questo uso dell'ossimoro acqua - fuoco lo zampino del regista russo Tarkovskij. La sequenza finale del film con il radar, che all'inizio pareva intimidatorio, ed ora é dissimulato dai fiori, delinea il percorso circolare del film, speculare all'ottica non teleologica e progressista del regista.

lunedì 18 febbraio 2013

Il genio di Mario Bava





Ogni tanto mi trovo a riflettere sul tema della provenienza geografica degli artisti. Sono sicuro che se alcuni registi, attori, musicisti fossero nati negli USA oggi verrebbero ricordati con la giusta enfasi e con il merito appropriato. 

Tra questi, almeno rovistando nel campo del cinema underground o di serie B, ci metto lo straordinario Mario Bava, maestro assoluto ed indiscusso dell'horror nostrano. Fin dall'esordio, con La maschera del demonio, passando per I tre volti della paura ed Operazione Paura, Bava ha mostrato le stimmate del genio, dando un marchio inconfondibile, una cifra stilistica unica ad ogni suo lavoro. Ed in questo una parte del merito va ascritto anche alla sua musa, Barbara Steele, icona insuperata. La sua produzione, oltre ad essere stata fonte di ispirazione per la coeva factory di Corman ha per un trentennio segnato non solo il nostro immaginario , ma in special modo quello di registi americani che sarebbero diventati leggende nel cinema di genere. 

Penso a Dante, Burton, il mitico Quentin Tarantino, ma in un filone mainstream anche ad un  nome orrorifico quale Landis. La morbosità a tratti surreale e velatamente sotterranea di alcuni thriller del calibro de La ragazza che sapeva troppo in una Roma da brivido, o dei suoi classici Sei donne per l'Assassino o Cinque bambole per la luna d'agosto sono stupefacenti per l'epoca. l'intreccio fra poliziesco, spy story e soprannaturale  lanciato da Bava diventerà uno dei temi dominanti di tanta produzione indipendente dei seventies. Quello che all'epoca , critici politicizzati ed offuscati da letture post sessantottenne indicavano in kitsch, in realtà sono una letture iperrealista e quasi pop della realtà, la riflessione per immagini su una società sempre più dominata dalla mercificazione iconica. Ancora oggi Mario Bava rimane un maestro, forse di Serie B, di un cinema di genere, ma pur sempre un maestro. 

E se oggi il thriller, l'horror italiano e forse americano hanno seguito certe strade, magari un pó di gloria va tributata anche a lui. Riguardiamo dunque senza alcun pregiudizio i suoi lavori, e facciamo pure un sincero mea culpa di come spesso l'esterofilia oltre che una moda,risulta una insulsa perversione.