martedì 20 agosto 2013

Signore e Signori: ritratto impietoso della provincia veneta...ed italiana







Considero Pietro Germi uno dei registi piu' sottovalutati del cinema italiano, con un talento pari a quello di Monicelli e Scola, anche se in termini di sarcasmo e cattiveria forse li supera. Basti pensare ad Amici Miei, o al mitico Signore e Signori. Una pellicola del 1966 in bianco e nero che in tre episodi fa piazza pulita di tutto il buonismo e dell'ipocrisia piccolo borghese dell'Italia di quegli anni. Treviso diventa lo specchio di una societa' che deve ancora vivere le pulsioni e le ribellioni giovanili del '68,  e si rannicchia dentro se stessa alla ricerca di quelle finzioni ed apparenze che diventano il sale del perbenismo cattolico e democristiano. Mai come in questo film il sesso viene rappresentato come il tabu' per eccellenza dell'Italia del dopoguerra sia che si tratti di borghesi che di contadini, per non parlare degli aristocratici o degli industriali.  E del sesso non si parla, o meglio é il sottaciuto di cui se ne parla alle spalle, una sorta di arma bianca con cui ricattare il prossimo o dimostrare a questi la virilita' del maschio latino. Il film ancora oggi ha una freschezza e una modernita' straordinaria. E nell'epoca dei vari talent show e delle vaccate alla Maria De Filippi certifica come alcuni comportamenti tipici della societa' e dell'uomo medio italiano siano lungi dallo sparire. Anzi. Spiare dal buco della serratura, o parlare alle spalle é sempre lo sport nazionale.

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