domenica 5 febbraio 2012

Mantova Tango Festival: dieci edizioni da leggenda


A mente lucida e rilassata, dopo aver lasciato decantare l'impatto emozionale dell'ultima ora rifletto sulla edizione 2011 del Mantova Tango Festival che ha tagliato il traguardo dieci candeline. Una soglia importante che sembra da sola accreditare la qualità dell'evento.


Una kermesse che ancora una volta di più ha ribadito che nell'universo tango se si riesce a coniugare una ottima capacitá organizzativa ( Marcello, Maria Elena e staff), un programma di workshop interessante ed un parterre di artisti di alto profilo, si crea una chimica vincente. Quella che riesce a tradurre le emozioni e le attese di ogni tanghero, che da ogni parte del globo sceglie di provare le emozioni di un festival. Ne é passata di acqua sotto i ponti, dai tempi gloriosi del circolo cittadino nel salotto buono della città dei Gonzaga, passando per vari palazzetti e sporting village, approdando finalmente all'ottima location del Palabam con una pista in parquet perfetta nella sua morbidezza e capacitá di assorbire i movimenti e le pressioni degli arti inferiori. Mi ricordo le prime edizioni dove c'era già Mariano Chicho Frumboli, con altre partner e ringrazio gli amici di Mantova per aver tenacemente proposto e creduto fin dai primi anni del duemila nel suo talento straordinario, che allora in un'epoca che pare arcaica, senza facebook, twitter e soprattutto youtube era un privilegio riservato a quei pochi folli che macinavano chilometri in giro per l'Italia ed Europa in giro alla ricerca delle serate con le sue esibizioni.


Altra epoca davvero. Vincere la nostalgia per una edizione, credo quella del 2004 o forse 2005 quando si abbassó definitivamente il sipario sul Circolo Cittadino con una serata d'addio suggellata da una performance di Chicho ed Eugenia che solcarono per l'ultima volta quel vetusto parquet é davvero difficile.


Ma devo affermare che a dicembre si é riproposta quella che io chiamo da sempre l'epifania tanghera, ovvero dello spirito che anima la milonga, un luogo di socialità aperta a tutti, ed a tutte le differenze ( dallo stile di ballo, agli idiomi parlati, alle preferenze musicali) accomunati dalla passione per il tango. Il tutto amplificato dalle dimensioni di questo evento che ha visto nella serata del sabato i numeri straordinari delle mille presenze. Ho parlato con diverse persone che si sono divertite moltissimo, grazie soprattutto ad un clima da pura convivialitá che ha messo tutti a proprio agio, privo di qualsivoglia velleità da competizione, o manie esibizionistiche che spesso relegano alcuni eventi in pura autoreferenzialitá dei partecipanti. Una energia positiva che ha contaminato tutto l'evento sia nel suo momento pomeridiano ( stage + milonga de la tarde) , sia nella noche de milonga.


Grande merito ovviamente ascritto agli organizzatori ed al cast degli artisti. Felix Picherna, il numero uno dei musicalizador, il maestro per eccellenza della consolle, la cui semplice presenza garantisce quel tocco di autenticità da milonga argentina, il bagaglio e la voce storica della tradizione. Ammirarlo mentre riavvolge i suoi nastri, la ritualità quasi ieratica dei suoi movimenti… tutto contribuisce a renderlo una delle ultime icone del tango argentino.


L'orchestra Ensemble Hyperion, una garanzia assoluta, per merito di un repertorio ballabile al 100% e coinvolgente. Una orchestra nel pieno della sua maturità artistica, che con piglio sicuro e deciso esegue alla perfezione i grandi classici, proponendo sempre pezzi nuovi,fedele al suo DNA di orchestra da festival… repetita iuvant, ballabile al 100%.


Tre le coppie di maestri che hanno incantato la platea con performance da brivido.


Il venerdì Adrian Ferreyra e Dana Frigoli, un tango intenso e dinamico, mai uguale a se stesso con grandi variazioni ed una interpretazione struggente di uno dei più bei temi del repertorio di Lidia Borda. Dana riesce ogni volta a stupirmi con la sua plasticità di movimento, eleganza e soprattutto un pathos che trasuda in ogni singolo movimento. Adrian interagisce da par suo con gran classe, mai sopra le righe, rendendo spesso semplici passi e dinamiche che non lo sono affatto. Una chimica speciale fra i due, mix fra esuberanza ed antidivismo. Geniale e grandissimi.


Il Sabato di scena Chicho e Juana, strepitosi come sempre, un feeling speciale con Mantova. Per me il loro capolavoro personale rimane l'esecuzione di un Piazzolla pazzesco, Tristeza de un Doble A. Le note del bandoneon scorrono disegnate sul pavimento da i due artisti, come se la musica fosse generata dalle dinamiche di Chicho e Juana. Roba da rimanere ipnotizzati. Ormai siamo arrivati ad una maturità artistica di coppia che non é diventata maniera, ma creatività che riflette sulla struttura del tango e le sue innumerevoli possibilità. Una tempesta di emozioni. Ogni volta vedere Chicho e Juana rinnova la mia voglia di tango.


E la domenica il gran finale con la coppia inedita di questa edizione. Pablo Inza e Noelia Hurtado sono stati eccezionali. Un tango ricco di sensualità e densità di movimento. Noelia sinuosa ed elegante, con un passo che sembra divorare il pavimento, musicale, con un passo che riempie lo spazio, Pablo etereo e leggero, fluido, dotato di una grazia senza eguali. Una performance carica di magia che ha dato l'arrivederci in un modo splendido al Mantova Tango Festival 2012.


Il countdown é già partito, sebben le note di Buscandote ancora stanno risuonando nella mia mente.

Giorgio Moroder... come back from the eternity


Capita guidando l'auto di essere folgorati da un pezzo che passano in radio di cui avevamo perso completamente tracce nel nostro scrigno di ricordi musicali.Cosi' improvvisamente grazie ad un network padovano, ritorna d'attualità un personaggio il cui peso nella storia della disco music é stato fondamentale, ma oggi é sconosciuto ai più giovani: Giorgio Moroder.


Sono andato a recuperarmi un disco di cui avevo perso le tracce, From here to eternity, e con il senno di poi, avvezzo ad ascoltare molte porcherie che propinano ai giorni nostri per scatenarsi in pista, resto pistivamente colpito dalle sinfonie disco ben costruite dal mago della disco music, nonché mentore di astri del calibro di Donna Summer. Echi di Kraftwerk,musica elettronica ed industriale teutonica, contaminata dai leggendari sintetizzatori dei seventies, suo autentico marchio di fabbrica. Una disco colta, e per certi versi cerebrale, non scevra dall'ascolto di musica colta, quasi barocca nella sua architettura. Un funk robotizzato, ma privo delle trasgressioni nere e dei profondi connotati sociali della black music. In questo lavoro, Moroder, riesce a condensare in poco più di mezz'ora l'avanzata tecnologica dell'era sintetica, liquida ed immateriale con ben trent'anni di anticipo.


Un genio che nonostante l'aspetto freak e simpaticamente zappiamo, nascondeva del vero talento. Invito tutti a fare un giro in qualche negozio di cd, se ne esistono ancora, e recuperare nel cestone delle offerte, i lavori di Moroder, tra cui From here to eternity,… dovremmo riuscire a vincere l'orrore di quella copertina super kitsch.





Roma a mano armata


L'attacco del basso sull'incipit del film é una pura iniezione di adrenalina che tiene incollati sulla poltrona fino alla fine. Roma a Mano Armata esemplifica al meglio la poetica del maestro Umberto Lenzi. L'azione é un mix tra violenza senza redenzione ed una cupa paura che tende al parossismo. Su questo doppio binario corre una trama che di per sé é esile, ma resa irresistibile dalla caratterizzazione di personaggi memorabili.


Su tutti un Tomas Milian da urlo che interpreta un sanguinario e crudele gobbo dedito ai crimini più efferati. L'entrata in scena é da manuale: al mattatoio mentre scarnifica un quarto di bue. Non c'é immagine che possa esemplificare meglio la rappresentazione malefica del cattivo di turno, cui si contrappone il poliziotto buono, che nel cinema di Lenzi spesso sconfina nella violenza. Perché bisogna combattere la criminalità con i suoi stessi metodi e non rintanarsi ed arroccarsi sui cavilli giudiziari e su una legge che tutela tutti tranne i cittadini. Dove per tutti si intende una pletora di delinquenti che spesso la fanno franca. l'antagonista del gobbo é il commissario Tanzi, ovvero un magistrale Maurizio Merli che sfida la violenza ed il crimine a più livelli. Dalla bassa criminalità di ogni giorno ( scippatori, estorsioni, rapine) a quella di un gruppetto di figli di papá annoiati ( aggiungiamo di destra e pariolini). Ma il film di Lenzi é soprattutto il pessimista ritratto di una realtà che non può redimersi, ma va combattuta in ogni modo. Tutti i tentativi di prevenzione e di correzione sono destinati ad infrangersi, perché la natura dell'uomo tende inevitabilmente al male. Ne é la prova la scena girata forse con un pizzico di qualunquismo tra la donna di Tanzi che fa la psicologa ed assolve due piccoli scippatori ed il commissario stesso che se li ritrova asfaltati il giorno dopo a seguito di un tentativo di scippo finito male.


Roma a mano armata é comunque il trionfo di tanti caratteristi di quel cinema anni 70 che hanno reso grandi queste pellicole ( Rassimov, Pigozzi, Catenacci, Omaggio) e di una città livida e violenta. Resta dopo la visione una vampata di energia a riprova che pochi come Lenzi sapevano girare film d'azione così cupi ed angoscianti, e su tutto un Gobbo che si staglia sullo sfondo, la cui fine ci ritempra, momentaneamente da tante crudeltà.


Quanto era affascinante la Roma anni '70, quanto avrei voluto vivere in quegli anni, e gustarmi qualche botta di adrenalina.

giovedì 2 febbraio 2012

Albertone... un borghese piccolo piccolo


Con un Borghese piccolo piccolo la commedia all'italiana entra nei cupi e violenti anni di piombo. Un'epoca di lotte a tutti i livelli, di classe e di politica, dove la violenza diventa l'unica legge, e forse l'unica arma di salvezza.


Da un soggetto di Cerami, Il compianto Mario Monicelli, realizza una pellicola tesa e compiuta come poche, che si regge su un grandissimo Alberto Sordi, che interpreta un oscuro e mediocre travet, che spinto dal fato, diventa un crudele giustiziere, affascinato dalla sua discesa agli inferi. Nessun film secondo me é riuscito a scattare una istantanea di quegli anni perfetta come il capolavoro monicelliano. Grande il cast con un untuoso Romolo Valli sugli scudi, una superba Shelley Winters e la performance di un mai troppo apprezzato Crocitti. La storia é nota: l'impiegato del ministero Sordi fa di tutto per garantire un futuro al figlio, persino affiliarsi ad una loggia massonica, salvo vedere infranti i suoi sogni quando il giorno delle selezioni questi viene ammazzato sotto i suoi occhi. Reazione imprevista e violenta, anziché denunciarlo alla polizia, Sordi , cattura e sequestra il rapinatore, torturandolo fino alla morte.


Un ritratto crudele ed impietoso di un borghese piccolo piccolo, che dimostra come ognuno di noi , messo di fronte alla cruda realtà può divenire un killer efferato. Ingiustamente accusato di essere reazionario, Alberto Sordi, dimostra ancora una volta di essere il più grande degli attori italiani, smentendo i giudizi frettolosi di un Moretti accecato dall'ideologia, lui sí pessimo attore al confronto dell'albertone nazionale, e la sua maschera é il driver che legge le pulsioni e le tensioni di un decennio molto movimentato.

lunedì 23 gennaio 2012

Il Boss: non ci sono buoni e cattivi ma solo vincitori e perdenti


La scalata ai vertici della criminalità di un uomo senza scrupoli che schiaccia sotto i propri piedi ogni possibile traccia di sentimento, uccidendo il suo padre adottivo, il suo migliore amico e trascinando all’inferno la sua donna. Il boss è il terzo capitolo della trilogia di Fernando Di Leo. Forse il vangelo della sua poetica fatta di violenza gratuita quale chiave per poter sopravvivere in un mondo dove tutti sono pronti a tradire e dove l’unico dio è il denaro, o forse meglio il potere. Perché comandare è meglio di fottere. Il boss è la maschera di ghiaccio, impassibile ed inespressiva, per questo perfetta di Henry Silva che si muove in un universo dominato dalla mafia. Un cancro corrosivo che lentamente consuma ogni ganglio vitale della società, polizia compresa. Se le forze dell’ordine non sono colluse sono rassegnate ed impotenti. Il dualismo fra il corrotto commissario Torri( Gianni Garko) ed il questore Caprioli è esemplificativo di questa visione del mondo. Fantastico il finale con Silva che fa piazza pulita di tutti i suoi antagonisti e si allea con il viscido rappresentante del potere politico centrale in Sicilia e fa da preludio ad una agghiacciante scritta a caratteri cubitali CONTINUA… è la sintesi dell’universo dileiano. Non ci sono buoni e cattivi, ma solo vincitori e perdenti…

Quando la Mala Ordina...


Un piccolo ed insignificante magnaccia, che agli occhi degli altri criminali svolge una professione che non è da uomini, viene coinvolto suo malgrado in una storia più grande del suo profilo. E tutto suo malgrado. Dopo avergli ucciso moglie e figlia però qualcosa cambia, e l’uomo da niente si trasforma in uno spietato ed infallibile giustiziere che elimina uno ad uno tutti i suoi nemici, consapevole però che alla fine nulla cambierà. Anzi, la spirale di violenza lo soffocherà riportandolo alla dimensione di un semplice ingranaggio di una quotidianità fatta di soprusi, droga, e crudeltà. Questa in sintesi la trama dello straordinario La Mala Ordina, secondo capitolo della trilogia di Fernando Di Leo che tira fuori dal cilindro una pellicola tesa, nervosa ed asciutta dove gli attori protagonisti e non si rendono esecutori di scene da antologia, sia in quelle d’azione che nei dialoghi. Non solo Mario Adorf sugli scudi nel personaggio del macrò Luca Canali, da storia del cinema d’azione il suo inseguimento incollato al parabrezza di un ambulanza che ha spalmato davanti ai suoi occhi coniuge e prole, ma anche un monumentale Adolfo Celi nei panni del boss Don Vito Tressoldi che perde con il passare dei minuti la sicurezza dell’infallibilità del suo piano per fregare l’americano. Ma come non ricordare i due killer americani, Henry Silva e Woody Strode, che Di Leo tratteggia, divertendosi, in maniera surreale caricandoli degli stereotipi da gangster oltreoceano. E poi la musica di Trovajoli con un leit motiv che quando ti entra nel cervello te lo consuma con il suo battito funkeggiante. Gli inseguimenti, la violenza gratuita ed ostentata, iperrealista e tragica, il destino segnato dei personaggi sono tutti elementi della poetica del maestro Di Leo che hanno influenzato il grande Tarantino secondo sua stessa ammissione. E non deve essere difficile immaginarsi Quentin sbellicarsi dalle risate guardando il confronto fra Adorf e Celi, fra Adorf e Silva/Strode. Una metamorfosi progressiva che fa del magnaccia quasi un super eroe, un irreale paladino della giustizia ( quale?). Un crescendo che ridicolizza in alcuni tratti perfino Siegel ed il noir francese. …l’avrò visto almeno 50 volte, ma riesce sempre ad affascinarmi. Grande Fernando. Quanti registi hanno contratto debiti con la tua poetica, con il tuo talento unico naturale di girare scene d’azione e di violenza. Ed ancora una volta la critica mainstream deve ripercorrere i suoi passi. Quando mi parlano di noir contemporanei o di action movie italiani mi viene assolutamente da ridere. Fossero in grado di farne una di scena alla Di Leo. Gloria eterna alla Daunia film.

giovedì 19 gennaio 2012

La polizia ringrazia... Salerno come Eastwood


Uno dei capolavori del poliziesco all’italiana che anticipa alcune tematiche riprese dal leggendario Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan, e consacra alla storia il decennio dei settanta all’insegna di un cupo pessimismo, fatto di servizi segreti deviati, giustizia fai da te, intransigenza politica.

Su tutto la violenza quale sola chiave di lettura della realtà e dei rapporti umani.

Nel 1972 Steno ( Stefano Vanzina) firma con “La polizia ringrazia” una pellicola tesa e nervosa che indaga sull’ambiguo rapporto tra un intransigente commissario di polizia, interpretato da un monumentale Enrico Maria Salerno, qui ai vertici della sua carriera, ed una misteriosa squadra anticrimine eversiva guidata da un insospettabile ex questore che arruola giovani virgulti destrorsi. Il commissario si trova a lottare ogni giorno con leggi sempre più a favore dei criminali e con il senso giustizialista di alcune fasce della società.

Sullo sfondo, come un’immensa ragnatela che lo stringe progressivamente nelle sue maglie una Roma livida e crepuscolare, dove pullula una criminalità fatta non solo di grandi delinqeuenti, ma in special modo di puttane, magnaccia, tossici senza speranza, scippatori. Una violenza che alla fine trionfa, spegnendo la velleitaria sete di giustizia, o meglio del rispetto della stessa e delle sue leggi, di un Salerno trafitto da una gragnola di colpi , vittima sacrificale di un glaciale plotone di esecuzione.

A livello sociologico questo film fa da apripista a tante considerazioni sulla correità di alcuni settori della nostra società nell’aumentare la criminalità, e soprattutto su un angosciante dibattito. Chi controlla i controllori? Siamo in anni in cui forte si faceva la cultura del sospetto, del dubbio di essere manovrati dallo Stato contro di esso, o meglio contro alcune frange. Nonostante il pessimismo di fondo, senza redenzione, il film fu un blockbuster dell’epoca per i botteghini nazionali, complice anche una memorabile colonna sonora firmata da Stelvio Cipriani.

Qualche intellettuale chic all’epoca disprezzò molto i gusti e le scelte degli italiani, ma visti oggi, questi film, rispetto alle fiction ed alle pellicole buoniste e terzomondiste di tanto cinema italiano gridano vendetta.

domenica 15 gennaio 2012

L'universo filosofico di Wittgenstein... e di Jarman




Con Wittgenstein di Derek Jarman, abbiamo l’altra
faccia del genio filosofico di questo secolo, intransigente ed inflessibile con
sé, prima ancora che con gli altri, l’angosciata e travagliata biografia di un
uomo disambientato, ossessionato da nevrosi e devianze, che impersonò e visse
la propria vita come una controversia continua, inesorabile ed a momenti
autodistruttiva, per la realizzazione di quell’altra persona che
incessanetemente ricorse e che avrebbe voluto essere, soffendo per tutta la sua
esistenza di quella bizzarra irrequietudine conosciuta come protestantesimo, in
cui nulla è casuale o contingente, qualunque cosa è una potenziale avvisaglia
di dannazione o salvezza.

Per Ludwig “ è
essenziale alla ricerca piuttosto il fatto che con essa noi non vogliamo
conoscere nulla di nuovo. Vogliamo comprendere qualcosa che sta già davanti ai
nostri occhi, benché propriamente ci sembra in qualche modo, di non comprendere
”.

I cent’anni del cinema convergono fedelmente con il secolo che è stato definito
della svolta linguistica. Rapido elenco di background: dal formalismo russo all’ermeneutica
ed alla fenomenologia, dalle teorie dell’informazione allo strutturalismo,
dalla semiotica al decostruzionismo. Il Novecento è stato tra l’altro l’epoca
della riflessione sul linguaggio, anche artistico. È nell’orizzonte della
rivoluzione linguistica che si muove oggi ogni vicenda, conoscitiva e di vita.



martedì 10 gennaio 2012

La non dignità delle telecamere: La morte in diretta




Seguire sugli schermi televisivi, giorno per giorno, la vita
di una condannata a morte, il lento ma inesorabile avanzare di una malattia incurabile.
E la voglia irrefrenabile di spiare dal buco della serratura l’anima ed il deterioramento
del corpo, di un pubblico sempre più cinico e disincantato, pronto a
mercificare la sacralità e la dignità dell’esistenza. Bertrand Tavernier nel
1980 aveva già visto tutto ne “La morte in diretta”, preconizzando una società
liquida dove il voyeurismo l’avrebbe fatta da padrone. Un cast incredibile,
soprattutto nella scelta degli attori, Max
Von Sydow, Harry Keitel, il feticcio wendersiano Harry Dean Stanton ed
una incredibile Romy Schneider, danno vita ad una pellicola serrata che
concatena attimo su attimo i momenti della fuga della protagonista dalla
cinepresa. È cinema nel cinema quello che osserviamo, e che porta
inevitabilmente alla cecità, punizione inevitabile per voler vedere troppo. Per
l’ingordigia di immagini che sovraccaricano la nostra esistenza. Il finale con
il suicidio della donna ammalata e la rabbia furiosa del cameraman/ occhio
filmico, è da antologia. Se all’epoca questo film poteva sembrare fantascienza
pura, oggi in epoca di grandi fratelli e all news, sembra acqua passta, ma è
ancora utile a capire quanto si è sviluppata la morbosità della visione nella
nostra società. È immorale infiltrarsi e scavare nella vita altrui, controllarla
visivamente fino al cessare dell’ultimo respiro? Fino a dove possano osare le
telecamere?





lunedì 9 gennaio 2012

In the Shadow of the Sun


In the Shadow of the Sun di Derek Jarman, compendia i personage in enigma e cifre simboliche, ripresenta il pensiero di Jung, secondo cui l'alchimia é il punto di collegamento tra passato e futuro, gnostici e psicologia. Solo familiarizzando con l'alchimia si intuisce come l'inconscio sia un processo e come la psiche si modifichi o si sviluppi secondo la relazione dell'io con i contenuti dell'inconscio. Sintomatico é che il fine dello spirito negli oggetti e nella materia naturale é l'elemento che l'alchimia vuole disgelare. Riportabili de visu a Jung sono due immagini - codice, che ripercorreranno l'ultima fase, tipicamente jarmaniane: lo specchio e il mare. il primo come chiarisce Jung é una funzione dell'anima dell'uomo: non uno specchio, ma un frammento infinitesimale di uno specchio, lo stesso tipo di specchio che un ragazino alza verso il cielo aspettandosi che il sole venga accecato. Un tentativo di catturare l'anima, cime gli adolescenti che popolano i film di Jarman dotati di specchi o di altre superfici riflettenti. Il mare invece, simbolo dell'inconscio collettivo, é l'orto dove germogliano le visioni, con l'acqua in perenne movimento che oltre a registrare lo scorrere del tempo, armonizza i rapporti sensoriali.

lunedì 28 novembre 2011

Joe e Lucila...la formula magica del tango


La leggerezza e la grazia di un movimento etereo che abbraccia la passione la sensualità di una dinamica energica ed esplosiva senza eguali. La performance di Joe Corbata e Lucila Cionci vista sabato notte, nel corso dell'Astintango Festival mi ha lasciato ammutolito. Un crescendo di pathos ed intensità tali da abbagliare le mie sensazioni tanghere, il palato forse già sazio ed avvezzo da oltre 14 anni di esibizioni, che rimane peró avido di fronte all'epifania di un universo tanghero che esplode, si frantuma in cristalli di bellezza assoluta.

Il primo tema, una delle più affascinanti esecuzioni di Di Sarli con Florio, era quasi un prologo, con la sua melodica onda sonora alla deflagrazione di energia dei due temi successivi. Osservare Joe e Lucila muoversi, in perfetta simbiosi, non significa assistere ad una delle spesso fredde esecuzioni del tango show, nella accezione più classica di questo termine, ma entrare direttamente in comunicazione con il loro cosmo. Un cosmo dove il maschile ed il femminile si compenetrano, dialogano nell'energia e nelle dinamiche del movimento, ma anche e soprattutto nella interazione fra le due anime. Quella rappresentata dalla grazia leggera di Lucila e l'altro lato della medaglia, la potenza ed il fuoco di Joe. Ma, ed é questo ciò' che rende unica la coppia, le due facce diventano una e si fondono interamente con il pubblico. Come se l'aura emanata dalla loro esecuzione invadesse l'intero spazio della milonga, del palco, del luogo della rappresentazione.

Ad Asti é stato assolutamente impressionante.

La location, una suggestiva ed incantevole chiesa sconsacrata dalle origini remote, ha ospitato un rito pagano, il tango che diventa danza ed epifania del movimento creatore di una rinascita corporea. I corpi che si inseguono e si ritrovano senza mai perdersi, le struggenti note del bandoneon, a volte leggere ed a volte gravi, disegnate direttamente in aria e sul suolo da Joe e Lucila. Tutto concorre a creare una sensazione unica, quella di entrare direttamente nel loro universo, condividerne per il tempo dell'esibizione i segreti e le passioni. Da tempo una performance non riusciva a coinvolgermi in tale maniera. O meglio non riusciva a stimolare anche riflessioni che trascendono i canonici spunti del mondo tanguero. Conosco Joe e Lucila da tempo, ma non ho mai avuto fino ad ora l'occasione per alterne vicende di gustarmi in pieno una loro esibizione. La mia voglia é stata appagata in pieno. Vedo nel loro tango un universo in continua evoluzione, una ricerca costante di nuove dinamiche e nuove sensazioni da trasmettere al pubblico, ma in primo luogo a se stessi, consci che da un equilibrio perfetto nella relazione di coppia deriva la loro magia. L'essere unici ed irripetibili nel panorama mondiale tanghero. Perché l'altro grande punto di forza di questi due grandi artisti é l'essere personali ed irriducibili fino all'osso. Joe e Lucila come due grandi alchimisti del tango con una formula unica della loro rappresentazione tanghera che é inafferrabile perché continuamente in divenire, in trasformazione perpetua, … ma solo loro ne conoscono il segreto.

Un segreto che pervade i nostri corpi durante la loro esibizione…breve nell'arco cronologico della durata temporale, persistente ed eterno nel ricordo e memoria delle sensazioni.

martedì 22 novembre 2011

La sacralità ieratica di Rothko


Mark Rothko nella sua cappella a Houston con i suoi oscuri pannelli monocromatici invita alla contemplazione. Fu impressionato profondamente dall'arte del Beato Angelico, probabilmente dalkla commovente e ieratica semplicità, dall'ardore mistico o dai colori luminosi, forse tutte queste qualità evocavano in lui un'eco di armonia poichè nei limiti di un linguaggio contemporaneo ed astratto anche l'arte di Rothko esala un senso di grave intento etico ed è esplicita nella sua convenzione piena di decoro e nello splendore del proprio colore solenne. Gli elementi materiali, come un combustibile miracoloso, sembra che si consumino nel processo artistico emanando una energia spirituale e purificata che si attribuisce la forma della luce. Lo spazio riesce quasi a trovare espressione simultanea in masse sospese e colori orfici nell'interno dei limiti di piani rigorosamente semplificati. Le masse amorfe di colore sfumano senza un chairo limite lineare stemperandosi dentro lo spazio di sfondo come se la struttura fosse intrinseca nella pennellata e non richiedesse più il sostegno di uno schema prestabilito di linee dinamiche e piani coloristici definiti. Si può usare la parola voodoo per definire il sottilemagnetismo dell'ultimo Rothko da neri e marroni di una potenza lugubre e maestosa.

La notte... o della prepotenza del paesaggio


Non credo di amare i film di Antonioni per la trama o le interpretazioni seppur magistrali dei suoi attori. Ma la rappresentazione del paesaggio, il suo uso semantico e prepotente all’interno della narrazione ne fanno un unicum di un fascino senza tempo. Tra i film a cui sono di più legato c’è senza ombra di dubbio “La notte” pellicola del 1961 che vanta un cast a dir poco pazzesco: Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Monica Vitti. In questo capolavoro del regista ferrarese il paesaggio diventa quasi il motore degli animi dei protagonisti, ne determina le tensioni, i movimenti e più di tutto il marchio di fabbrica della produzione filmica, la celeberrima incomunicabilità. Architetture di vetro e cemento, acciaio dallo stampo futuristico trafigurano una Milano, gelida ed avara di sentimenti, che traspongono la vertigine del vuoto interiore degli uomini che la abitano. Il vagabondare diventa dispersione frammentazione, depotenziamento dell’esistenza .E realizzazione in pieno della disarmonia che deriva dalla noia di stampo moraviano. Un capolavoro dove l’alternanza dei vuoti e dei pieni realizzano la visione del regista e soprattutto la disillusione degli uomini che comprendono di essere un semplice corollario allo spazio. E neanche l’alba con la celebre scena dell’abbraccio dei due protagonisti cancellerà la visione pessimistica ed alienante della condizione umana secondo il vangelo di Antonioni. Non so se il film sia invecchiato bene. Forse alcuni lati filosofici riflettono dei dubbi e delle incertezze di chi doveva ancora affrontare le logiche del postmoderno. Ma la fotografia in bianco e nero, quella splendida di Gianni Di Venanzo e la colonna sonora del colto Gaslini, sconfiggono alla grande l’usura del tempo.

martedì 11 ottobre 2011

Blue... not only Blue


Il progetto di Jarman su Blue era di certo più palpabile dopo che egli aveva ultimato The Garden e stava lanciando Edoardo II. Un breve preambolo ad introdursi in questo profondo ed abissale universo. Il blu può darti giramenti di testa, nausea, o ipnotizzarti, dipende dalla tua capacità sensoriale o dall´attitudine alla perdita di visibilità. Potresti dire che stai guardando l´oceano, il cielo, o l´interno delle tue palpebre. Il regista Derek Jarman, ammalato di AIDS sta morendo: la sua voce sembra assumere il valore di una sorta di testamento spirituale e di documento del suo modo di affrontare l´ultimo tratto della sua parabola esistenziale. Rivivono in queste memorie sonore, alternate a brani di musica vocale e strumentale, l´avanzare inesorabile del male, il tormento della retina che si sta distaccando e della visione deformata, lo squallore della degenza in ospedale, le trafitture della flebo, il ricordo degli amici morti per la terribile malattia prima di lui. Il tutto immerso in questo blu, in cui gallegginao ricordi, amarezze, gioie trascorse e rimpianti del cineasta. Un excursus sulla pazzia di Van Gogh lo trascina in una lunga disquisizione sul giallo, il colore preferito dal pittore suicida, confrontato con l´amato blu, che a poco a poco sembra assurgere ai colori ossessivi di una soglia iniziatica che porta al di là.

Following, il Nolan degli esordi


Uno splendido bianco e nero che coniuga l´espressionismo classico al linguaggio estetico Dogma di Von Trier sottolinea le avventure di uno squattrinato giovane scrittore che cerca di trovare l´ispirazione perduta pedinando degli sconosciuti. La voglia di carpire i segreti più reconditi delle persone lo porta a seguire un soggetto fatale. Un ladro che lo fa sprofondare nel crimine fino a trasformarlo in un assassino. E non poteva ovviamente mancare un dark lady nel senso più classico del termine. Un noir postmoderno che lancia l´astro di Christopher Nolan e vuole essere uno spunto di riflessione su uno dei concetti più banali dell´esistenza umana: niente è ciò che sembra. Sebbene sia ovvio come precetto, molti ne cadono spesso vittima... lo spettatore tra questi. Following non puó mancare nella videoteca degli ultimi vent'anni

Ma ci siamo mai amati?


Dopo gli anni feroci ed insanguinati denominati di "piombo" un tentativo di far dialogare intellettuali di sinistra e destra. Il ritorno in libreria di "C´eravamo tanto a(r)mati" segna un punto a favore dell´ormai stantia e stitica produzione saggistica italiana. Un volume che riporta una lunga conversazione fra Veneziani, Cacciari, Mughini e Malgieri, sulle impressioni e la weltanschauung che hanno affascinato i militanti di sponde opposte , forse mossi da una comune critica a quella che una volta si chiamava società piccolo borghese. Ma dove ha portato quel tentativo di tanti giovani di sfidare il cielo e le convenzioni, dopo sangue, odio e rancori postumi? Si è ottenebrato nel riflusso e nel consumismo di fine millennio, o continua ad essere vivo? E soprattutto esiste al di là di una spiritualità misticheggiante di stampo evoliano la voglia di destra di confrontarsi con la cultura e non soltanto con l´azione. Oggi, a distanza di anni pare la fotografia sbiadita di un´epoca anagraficamente distante anni luce, ma forse chiarezza su uno dei periodi più oscuri della recente storia italiana va ancora fatto.

Retromania... il fascino irresistibile del vintage culturale


Simon Reynolds è semplicemente uno dei più grandi critici musicali rock di ogni tempo e con Retromania dimostra di essere anche un acuto conoscitore di tutti i media, dal cinema all´arte, passando per la moda ed il costume. Un saggio affascinante sulla tendenza e sulla seduzione esercitato dal passato, meglio forse chiamarlo in questa situazione, vintage sulle giovani generazioni. Mi sembra , tra le pagine, di ripercorrere in fretta la mia giovinezza, il richiamo irresistibile delle band e degli stili di vita che anagraficamente non ho potuto vivere , ma che tanto avrei desiderato. Nell´epoca del digitale e della frammentazione delle informazioni un testo che, nonostante la mole, scorre rapidamente , forse con un certo pessimismo di fondo. Ma credo che lo sguardo indietro dovremo sempre rivolgerlo. Che manchi nel presente l´originalità?

Comunque l´invito è correre in libreria e divorare subito questo libro, sperando che non manchi la voglia del contatto fisico con la pagina ...

domenica 25 settembre 2011

Epigrammi pittorici di Walser


Quasi un divertissement tra i grandi artisti del 1800 e non solo. Per lo scrittore elvetico Robert Walser i quadri dei suoi pittori preferiti sono una scusa per parlare di sé, del suo mondo, e delle proprie sensazioni.

Adelphi ne “Ritratti di Pittori”, ci regala un libretto da leggere in velocità, succulento perché tratta la materia da profano e non con astrusi cavilli interpretativi. L’Icaro di Bruegel o una Venere tizianesca generano un commento rapido e fulmineo, quasi un motto oraziano. Impressioni fugaci, ma non perquesto meno profonde.

Walser dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno che l’arte è davvero alla portata di tutti, basta solo riconoscerla e piegarsi ai suoi potenti tentacoli. L’importante ci dice l’autore è dialogare, come con l’Olympia di Manet cui scrive una lettera o con le forme plastiche di Cezanne che escono prepotentemente dalla cornice.

Sensazioni che mi rimandano ai tempi dell’università, anche se spesso non mi capitavano volumi divertenti e leggeri, o meglio leggiadri come questo.

Storia della Blue Note Records... quando la musica era parte di un altro mondo




La letteratura musicale pullula di testi banalmente
biografici o tediosi elenchi telefonici con discografie e profili vari. È una
vera gioia imbattersi in un testo avvincente che si legge tutto di un fiato
riguardante la storia dell’etichetta per antonomasia del jazz mondiale.

“Blue
Note records. La biografia”, saggio di Richard Cook tradotto in italianao dai
tipi della Minimum Fax è uno spaccato temporale dell’America dagli anni ’30 fino
ai riflussi contemporanei. Una avventura, o meglio il sogno di due immigrati
tedeschi , Alfred Lion e Francis Wolff che a New York partoriscono una creatura
destinata a cambiare ed innovare la storia del jazz. Seguendo un istinto
personale infallibile, pubblicare soltanto la musica di proprio gradimento. Una
estetica quasi rock e punk per certi aspetti. Leggere questo volume vuol dire
imbattersi nella genialità dei tanti artisti che hanno inciso per la label, dal
mitico Thelonious Monk che inaugura la lunga sfilza di capolavori nel 1947al
pianismo sofferto ed appassionato di Bud Powell per passare ad un altro genio
del be bop, Fats Navarro. Aneddoti e segreti dei grandi musicisti e spaccati di
quotidianità sono mixati in modo suggestivo, con una narrazione che ha molto dell’andamento
cinematografico. E poi altre leggende, Miles Davis, Horace Silver, Milt
Jackson, Art Blakey. Nel passo introduttivo del testo si legge:



Le aziende non
hanno una loro mistica, le etichette discografiche sì: emana dalla copertine,
dalle fodere interne, dagli spessi dischi in vinile e dalla musica che viene
fuori quando li fai girare sotto una puntina. Qui vedremo come questa mistica
s’è formata e come sia durata fino ai giorni nostri. Oggi i dischi non portano
più etichetta. Il titolo e le altre informazioni vengono stampati direttamente
su dischetti d’argento prodotti da società gigantesche, la maggior parte delle
quali si comporta come se stesse vendendo cereali per la colazione o lucido da
scarpe. Non è mia intenzione essere nostalgico, ma quelli erano altri tempi,
davvero.




Davvero un altro
mondo, quello in cui non c’erano gli anonimi MP3 o i freddi cd, ma il caldo
vinile con le stupende copertine illustrate da grandi artisti. Forse
ripensandoci ho davvero nostalgia per quell’altro mondo.


venerdì 9 settembre 2011

Tobor experience...trip dal passato sci fiction


Un grandioso mix di elettronica e funk che ci riporta addirittura indietro alla cosmic music ed a tutte quelle sonorità " spaziali" alla Alan Parsons.


Disco Experience, il debutto di Tobor Experience denota fin da subito una maturità sorprendente con quel fascino retro che avvolge prepotentemente le linee di basso. Come se viaggiassimo dentro un trip cinematografico che accavalla ricordi mai sopiti di certo trench touch fine anni'70, ma privo della superficialità di tanta cocktail music.


Affascinante la rilettura di un classico del duca bianco quale Station to Station. Il romanticismo della disco contemporanea? Da una etichetta quale la Bear Funk questo ed altro. E scoprendo che l'artista é italiano orgoglio doppio. Le sperimentazioni anche in Italia mostrano talento.

lunedì 5 settembre 2011

Siracusa Tango Festival 2011: in cerca dell'immortalitá tanguera


Se penso al Siracusa Tango Festival mi sento travolto dalle emozioni, dai ricordi, dalla passione evocativa che coniuga il fascino del tango alla suggestione dell’Ortigia, ai profumi del mare e della Mediterraneità.

Sono già trascorse cinque edizioni per quello che, non solo io, considero uno degli eventi di riferimento nel panorama tanguero mondiale, e ciò nonostante ogni anno le sorprese non mancano, così come aumenta il numero degli aficionados. Vuol dire che gli organizzatori hanno lavorato bene, vuol dire che il pubblico conferma la bontà delle loro scelte, vuol dire che il calore della Sicilia, umanamente parlando, è davvero irresistibile. La milonga Zen ed il Castello Maniace sprigionano una potenza elettrizzante in grado di sciogliere perfino il tanguero più timido e scatenare l’irresistibile voglia di ballare e socializzare che è alla base del tango, per definizione appunto ballo sociale.

Il percorso artistico, didattico ed umano di Claudio e Barbara è straordinario, ormai sono al top a livello europeo e se lo sono vuol dire che la loro carriera è a prova di bluff. Serietà e tenacia abbinate a qualità e talento artistici hanno dato i loro frutti. Così come fondamentale è l’apporto di Fausto. Il suo contagioso “potere” aggregante indubbiamente caratterizza l’evento aumentando il tasso di internazionalità ed elevando il livello tanguero.

Ma il fenomeno Siracusa è ancora una volta la prova provata che se un Festival si avvale di un grande cast artistico e di una ottima organizzazione, oltre che di location splendide è destinato ad essere un successo. Le tre coppie di maestri hanno coperto un ampio spettro degli stili tangueri. Il Pajaro e Belen con la loro grande carica ritmica ed istrionica, Mario e Anabella, una seducente densità del movimento, Sebastian e Mariana, imperiali nella loro esecuzione di tango come arte assoluta. Sabato sera inoltre l’Ensemble Hyperion con le sue sublimi note ha trascinato in pista una folla indemoniata pronta a consumare la notte ed ogni stilla di sudore.

Ma ritengo che l’immagine più straordinaria sia quella del pubblico di Siracusa. Ogni anno puntuale, come un antico rituale che si nutre di arcani segreti, si scatena l’epifania del miracolo tanguero. 1400 persone che condividono non per un istante ma per ben dieci ore, le stesse sensazioni, la stessa musica, la magia di un ballo, di un’esperienza dove si cerca di ritrovare nel proprio partner del momento la medesima quota che si decide di abbandonare in un tango. Dalla consolle cerco di intuire i meccanismi di questa magia, ma è inutile…prende il sopravvento lo sguardo trasognato delle tanguere che si abbandonano in un romantico Canaro, o l’estasi ritmica di D’Arienzo, o il graduale scivolare della notte nella struggente alba dell’Ortigia. Il Castello Maniace è davvero un tempio emozionale del tango e credo che questa location sia da parte di Claudio un grande omaggio al popolo del Siracusa Tango Festival.

Naturalmente il web è invaso da video e fotografie che cercano di effigiare i ricordi e le sensazioni dell’evento. Ma i ricordi e le sensazioni più profonde credo rimangano dentro di noi, custodite nello scrigno della memoria. A prova della scalfittura del tempo. Ogni anno Siracusa rappresenta almeno per me un momento di intensa convivialità, dove ritrovare vecchi amici, parlare e cazzeggiare nel cuore della notte, godere intensamente del profumo delle zagare, del calore straordinario dei siciliani.

Ma quando vedo una pista piena alle otto del mattino con sguardi ancora desiderosi dell’ultima tanda comprendo il perché del successo di questa manifestazione. Al Siracusa Tango Festival ognuno è protagonista dell’evento perché comprende di aver partecipato con la propria tensione emotiva al groove della notte, a rendere indimenticabile e unica questa kermesse.

Spesso si dice in un tango la vita… ma forse se al Siracusa Tango Festival balliamo tutta la notte senza fermarci vuol dire che cerchiamo l’immortalità, tangueramente parlando.

Panico nella banalitá della violenza


Spesso nelle storie apparentemente banali si annidano drammi e violenze. Non fa eccezione Panic del regista americano Henry Bromell che annovera nel cast anche un mostro sacro del calibro di Donald Sutherland. Una pellicola priva di maniaci ed accelerazioni parossistiche ipertrucide, ma grazie a lunghi silenzi e campi lunghi tipici di tanta iconografia classica made in USA crea una tensione crescente che inevitabilmente sfocia nel dramma.


Tema dominante l'omicidio su cui si intrecciano i rapporti tra nonno e nipote. Il primo é stato un killer prezzolato che ha trasmesso i segreti del mestiere di famiglia a suo figlio che, stanco del logorio di questa professione sui generis é andato in analisi. Un ritratto di famiglia dall'interno, inconsueto e per questo affascinante che dimostra come spesso il male nasca e si nutra dell'assoluta normalità.


Un film da recuperare, girato in tono minore ma non dimesso . Poetico nel minestrone volgare di tanta produzione contemporanea a stelle e strisce.