lunedì 28 novembre 2011

Joe e Lucila...la formula magica del tango


La leggerezza e la grazia di un movimento etereo che abbraccia la passione la sensualità di una dinamica energica ed esplosiva senza eguali. La performance di Joe Corbata e Lucila Cionci vista sabato notte, nel corso dell'Astintango Festival mi ha lasciato ammutolito. Un crescendo di pathos ed intensità tali da abbagliare le mie sensazioni tanghere, il palato forse già sazio ed avvezzo da oltre 14 anni di esibizioni, che rimane peró avido di fronte all'epifania di un universo tanghero che esplode, si frantuma in cristalli di bellezza assoluta.

Il primo tema, una delle più affascinanti esecuzioni di Di Sarli con Florio, era quasi un prologo, con la sua melodica onda sonora alla deflagrazione di energia dei due temi successivi. Osservare Joe e Lucila muoversi, in perfetta simbiosi, non significa assistere ad una delle spesso fredde esecuzioni del tango show, nella accezione più classica di questo termine, ma entrare direttamente in comunicazione con il loro cosmo. Un cosmo dove il maschile ed il femminile si compenetrano, dialogano nell'energia e nelle dinamiche del movimento, ma anche e soprattutto nella interazione fra le due anime. Quella rappresentata dalla grazia leggera di Lucila e l'altro lato della medaglia, la potenza ed il fuoco di Joe. Ma, ed é questo ciò' che rende unica la coppia, le due facce diventano una e si fondono interamente con il pubblico. Come se l'aura emanata dalla loro esecuzione invadesse l'intero spazio della milonga, del palco, del luogo della rappresentazione.

Ad Asti é stato assolutamente impressionante.

La location, una suggestiva ed incantevole chiesa sconsacrata dalle origini remote, ha ospitato un rito pagano, il tango che diventa danza ed epifania del movimento creatore di una rinascita corporea. I corpi che si inseguono e si ritrovano senza mai perdersi, le struggenti note del bandoneon, a volte leggere ed a volte gravi, disegnate direttamente in aria e sul suolo da Joe e Lucila. Tutto concorre a creare una sensazione unica, quella di entrare direttamente nel loro universo, condividerne per il tempo dell'esibizione i segreti e le passioni. Da tempo una performance non riusciva a coinvolgermi in tale maniera. O meglio non riusciva a stimolare anche riflessioni che trascendono i canonici spunti del mondo tanguero. Conosco Joe e Lucila da tempo, ma non ho mai avuto fino ad ora l'occasione per alterne vicende di gustarmi in pieno una loro esibizione. La mia voglia é stata appagata in pieno. Vedo nel loro tango un universo in continua evoluzione, una ricerca costante di nuove dinamiche e nuove sensazioni da trasmettere al pubblico, ma in primo luogo a se stessi, consci che da un equilibrio perfetto nella relazione di coppia deriva la loro magia. L'essere unici ed irripetibili nel panorama mondiale tanghero. Perché l'altro grande punto di forza di questi due grandi artisti é l'essere personali ed irriducibili fino all'osso. Joe e Lucila come due grandi alchimisti del tango con una formula unica della loro rappresentazione tanghera che é inafferrabile perché continuamente in divenire, in trasformazione perpetua, … ma solo loro ne conoscono il segreto.

Un segreto che pervade i nostri corpi durante la loro esibizione…breve nell'arco cronologico della durata temporale, persistente ed eterno nel ricordo e memoria delle sensazioni.

martedì 22 novembre 2011

La sacralità ieratica di Rothko


Mark Rothko nella sua cappella a Houston con i suoi oscuri pannelli monocromatici invita alla contemplazione. Fu impressionato profondamente dall'arte del Beato Angelico, probabilmente dalkla commovente e ieratica semplicità, dall'ardore mistico o dai colori luminosi, forse tutte queste qualità evocavano in lui un'eco di armonia poichè nei limiti di un linguaggio contemporaneo ed astratto anche l'arte di Rothko esala un senso di grave intento etico ed è esplicita nella sua convenzione piena di decoro e nello splendore del proprio colore solenne. Gli elementi materiali, come un combustibile miracoloso, sembra che si consumino nel processo artistico emanando una energia spirituale e purificata che si attribuisce la forma della luce. Lo spazio riesce quasi a trovare espressione simultanea in masse sospese e colori orfici nell'interno dei limiti di piani rigorosamente semplificati. Le masse amorfe di colore sfumano senza un chairo limite lineare stemperandosi dentro lo spazio di sfondo come se la struttura fosse intrinseca nella pennellata e non richiedesse più il sostegno di uno schema prestabilito di linee dinamiche e piani coloristici definiti. Si può usare la parola voodoo per definire il sottilemagnetismo dell'ultimo Rothko da neri e marroni di una potenza lugubre e maestosa.

La notte... o della prepotenza del paesaggio


Non credo di amare i film di Antonioni per la trama o le interpretazioni seppur magistrali dei suoi attori. Ma la rappresentazione del paesaggio, il suo uso semantico e prepotente all’interno della narrazione ne fanno un unicum di un fascino senza tempo. Tra i film a cui sono di più legato c’è senza ombra di dubbio “La notte” pellicola del 1961 che vanta un cast a dir poco pazzesco: Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Monica Vitti. In questo capolavoro del regista ferrarese il paesaggio diventa quasi il motore degli animi dei protagonisti, ne determina le tensioni, i movimenti e più di tutto il marchio di fabbrica della produzione filmica, la celeberrima incomunicabilità. Architetture di vetro e cemento, acciaio dallo stampo futuristico trafigurano una Milano, gelida ed avara di sentimenti, che traspongono la vertigine del vuoto interiore degli uomini che la abitano. Il vagabondare diventa dispersione frammentazione, depotenziamento dell’esistenza .E realizzazione in pieno della disarmonia che deriva dalla noia di stampo moraviano. Un capolavoro dove l’alternanza dei vuoti e dei pieni realizzano la visione del regista e soprattutto la disillusione degli uomini che comprendono di essere un semplice corollario allo spazio. E neanche l’alba con la celebre scena dell’abbraccio dei due protagonisti cancellerà la visione pessimistica ed alienante della condizione umana secondo il vangelo di Antonioni. Non so se il film sia invecchiato bene. Forse alcuni lati filosofici riflettono dei dubbi e delle incertezze di chi doveva ancora affrontare le logiche del postmoderno. Ma la fotografia in bianco e nero, quella splendida di Gianni Di Venanzo e la colonna sonora del colto Gaslini, sconfiggono alla grande l’usura del tempo.

martedì 11 ottobre 2011

Blue... not only Blue


Il progetto di Jarman su Blue era di certo più palpabile dopo che egli aveva ultimato The Garden e stava lanciando Edoardo II. Un breve preambolo ad introdursi in questo profondo ed abissale universo. Il blu può darti giramenti di testa, nausea, o ipnotizzarti, dipende dalla tua capacità sensoriale o dall´attitudine alla perdita di visibilità. Potresti dire che stai guardando l´oceano, il cielo, o l´interno delle tue palpebre. Il regista Derek Jarman, ammalato di AIDS sta morendo: la sua voce sembra assumere il valore di una sorta di testamento spirituale e di documento del suo modo di affrontare l´ultimo tratto della sua parabola esistenziale. Rivivono in queste memorie sonore, alternate a brani di musica vocale e strumentale, l´avanzare inesorabile del male, il tormento della retina che si sta distaccando e della visione deformata, lo squallore della degenza in ospedale, le trafitture della flebo, il ricordo degli amici morti per la terribile malattia prima di lui. Il tutto immerso in questo blu, in cui gallegginao ricordi, amarezze, gioie trascorse e rimpianti del cineasta. Un excursus sulla pazzia di Van Gogh lo trascina in una lunga disquisizione sul giallo, il colore preferito dal pittore suicida, confrontato con l´amato blu, che a poco a poco sembra assurgere ai colori ossessivi di una soglia iniziatica che porta al di là.

Following, il Nolan degli esordi


Uno splendido bianco e nero che coniuga l´espressionismo classico al linguaggio estetico Dogma di Von Trier sottolinea le avventure di uno squattrinato giovane scrittore che cerca di trovare l´ispirazione perduta pedinando degli sconosciuti. La voglia di carpire i segreti più reconditi delle persone lo porta a seguire un soggetto fatale. Un ladro che lo fa sprofondare nel crimine fino a trasformarlo in un assassino. E non poteva ovviamente mancare un dark lady nel senso più classico del termine. Un noir postmoderno che lancia l´astro di Christopher Nolan e vuole essere uno spunto di riflessione su uno dei concetti più banali dell´esistenza umana: niente è ciò che sembra. Sebbene sia ovvio come precetto, molti ne cadono spesso vittima... lo spettatore tra questi. Following non puó mancare nella videoteca degli ultimi vent'anni

Ma ci siamo mai amati?


Dopo gli anni feroci ed insanguinati denominati di "piombo" un tentativo di far dialogare intellettuali di sinistra e destra. Il ritorno in libreria di "C´eravamo tanto a(r)mati" segna un punto a favore dell´ormai stantia e stitica produzione saggistica italiana. Un volume che riporta una lunga conversazione fra Veneziani, Cacciari, Mughini e Malgieri, sulle impressioni e la weltanschauung che hanno affascinato i militanti di sponde opposte , forse mossi da una comune critica a quella che una volta si chiamava società piccolo borghese. Ma dove ha portato quel tentativo di tanti giovani di sfidare il cielo e le convenzioni, dopo sangue, odio e rancori postumi? Si è ottenebrato nel riflusso e nel consumismo di fine millennio, o continua ad essere vivo? E soprattutto esiste al di là di una spiritualità misticheggiante di stampo evoliano la voglia di destra di confrontarsi con la cultura e non soltanto con l´azione. Oggi, a distanza di anni pare la fotografia sbiadita di un´epoca anagraficamente distante anni luce, ma forse chiarezza su uno dei periodi più oscuri della recente storia italiana va ancora fatto.

Retromania... il fascino irresistibile del vintage culturale


Simon Reynolds è semplicemente uno dei più grandi critici musicali rock di ogni tempo e con Retromania dimostra di essere anche un acuto conoscitore di tutti i media, dal cinema all´arte, passando per la moda ed il costume. Un saggio affascinante sulla tendenza e sulla seduzione esercitato dal passato, meglio forse chiamarlo in questa situazione, vintage sulle giovani generazioni. Mi sembra , tra le pagine, di ripercorrere in fretta la mia giovinezza, il richiamo irresistibile delle band e degli stili di vita che anagraficamente non ho potuto vivere , ma che tanto avrei desiderato. Nell´epoca del digitale e della frammentazione delle informazioni un testo che, nonostante la mole, scorre rapidamente , forse con un certo pessimismo di fondo. Ma credo che lo sguardo indietro dovremo sempre rivolgerlo. Che manchi nel presente l´originalità?

Comunque l´invito è correre in libreria e divorare subito questo libro, sperando che non manchi la voglia del contatto fisico con la pagina ...

domenica 25 settembre 2011

Epigrammi pittorici di Walser


Quasi un divertissement tra i grandi artisti del 1800 e non solo. Per lo scrittore elvetico Robert Walser i quadri dei suoi pittori preferiti sono una scusa per parlare di sé, del suo mondo, e delle proprie sensazioni.

Adelphi ne “Ritratti di Pittori”, ci regala un libretto da leggere in velocità, succulento perché tratta la materia da profano e non con astrusi cavilli interpretativi. L’Icaro di Bruegel o una Venere tizianesca generano un commento rapido e fulmineo, quasi un motto oraziano. Impressioni fugaci, ma non perquesto meno profonde.

Walser dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno che l’arte è davvero alla portata di tutti, basta solo riconoscerla e piegarsi ai suoi potenti tentacoli. L’importante ci dice l’autore è dialogare, come con l’Olympia di Manet cui scrive una lettera o con le forme plastiche di Cezanne che escono prepotentemente dalla cornice.

Sensazioni che mi rimandano ai tempi dell’università, anche se spesso non mi capitavano volumi divertenti e leggeri, o meglio leggiadri come questo.

Storia della Blue Note Records... quando la musica era parte di un altro mondo




La letteratura musicale pullula di testi banalmente
biografici o tediosi elenchi telefonici con discografie e profili vari. È una
vera gioia imbattersi in un testo avvincente che si legge tutto di un fiato
riguardante la storia dell’etichetta per antonomasia del jazz mondiale.

“Blue
Note records. La biografia”, saggio di Richard Cook tradotto in italianao dai
tipi della Minimum Fax è uno spaccato temporale dell’America dagli anni ’30 fino
ai riflussi contemporanei. Una avventura, o meglio il sogno di due immigrati
tedeschi , Alfred Lion e Francis Wolff che a New York partoriscono una creatura
destinata a cambiare ed innovare la storia del jazz. Seguendo un istinto
personale infallibile, pubblicare soltanto la musica di proprio gradimento. Una
estetica quasi rock e punk per certi aspetti. Leggere questo volume vuol dire
imbattersi nella genialità dei tanti artisti che hanno inciso per la label, dal
mitico Thelonious Monk che inaugura la lunga sfilza di capolavori nel 1947al
pianismo sofferto ed appassionato di Bud Powell per passare ad un altro genio
del be bop, Fats Navarro. Aneddoti e segreti dei grandi musicisti e spaccati di
quotidianità sono mixati in modo suggestivo, con una narrazione che ha molto dell’andamento
cinematografico. E poi altre leggende, Miles Davis, Horace Silver, Milt
Jackson, Art Blakey. Nel passo introduttivo del testo si legge:



Le aziende non
hanno una loro mistica, le etichette discografiche sì: emana dalla copertine,
dalle fodere interne, dagli spessi dischi in vinile e dalla musica che viene
fuori quando li fai girare sotto una puntina. Qui vedremo come questa mistica
s’è formata e come sia durata fino ai giorni nostri. Oggi i dischi non portano
più etichetta. Il titolo e le altre informazioni vengono stampati direttamente
su dischetti d’argento prodotti da società gigantesche, la maggior parte delle
quali si comporta come se stesse vendendo cereali per la colazione o lucido da
scarpe. Non è mia intenzione essere nostalgico, ma quelli erano altri tempi,
davvero.




Davvero un altro
mondo, quello in cui non c’erano gli anonimi MP3 o i freddi cd, ma il caldo
vinile con le stupende copertine illustrate da grandi artisti. Forse
ripensandoci ho davvero nostalgia per quell’altro mondo.


venerdì 9 settembre 2011

Tobor experience...trip dal passato sci fiction


Un grandioso mix di elettronica e funk che ci riporta addirittura indietro alla cosmic music ed a tutte quelle sonorità " spaziali" alla Alan Parsons.


Disco Experience, il debutto di Tobor Experience denota fin da subito una maturità sorprendente con quel fascino retro che avvolge prepotentemente le linee di basso. Come se viaggiassimo dentro un trip cinematografico che accavalla ricordi mai sopiti di certo trench touch fine anni'70, ma privo della superficialità di tanta cocktail music.


Affascinante la rilettura di un classico del duca bianco quale Station to Station. Il romanticismo della disco contemporanea? Da una etichetta quale la Bear Funk questo ed altro. E scoprendo che l'artista é italiano orgoglio doppio. Le sperimentazioni anche in Italia mostrano talento.

lunedì 5 settembre 2011

Siracusa Tango Festival 2011: in cerca dell'immortalitá tanguera


Se penso al Siracusa Tango Festival mi sento travolto dalle emozioni, dai ricordi, dalla passione evocativa che coniuga il fascino del tango alla suggestione dell’Ortigia, ai profumi del mare e della Mediterraneità.

Sono già trascorse cinque edizioni per quello che, non solo io, considero uno degli eventi di riferimento nel panorama tanguero mondiale, e ciò nonostante ogni anno le sorprese non mancano, così come aumenta il numero degli aficionados. Vuol dire che gli organizzatori hanno lavorato bene, vuol dire che il pubblico conferma la bontà delle loro scelte, vuol dire che il calore della Sicilia, umanamente parlando, è davvero irresistibile. La milonga Zen ed il Castello Maniace sprigionano una potenza elettrizzante in grado di sciogliere perfino il tanguero più timido e scatenare l’irresistibile voglia di ballare e socializzare che è alla base del tango, per definizione appunto ballo sociale.

Il percorso artistico, didattico ed umano di Claudio e Barbara è straordinario, ormai sono al top a livello europeo e se lo sono vuol dire che la loro carriera è a prova di bluff. Serietà e tenacia abbinate a qualità e talento artistici hanno dato i loro frutti. Così come fondamentale è l’apporto di Fausto. Il suo contagioso “potere” aggregante indubbiamente caratterizza l’evento aumentando il tasso di internazionalità ed elevando il livello tanguero.

Ma il fenomeno Siracusa è ancora una volta la prova provata che se un Festival si avvale di un grande cast artistico e di una ottima organizzazione, oltre che di location splendide è destinato ad essere un successo. Le tre coppie di maestri hanno coperto un ampio spettro degli stili tangueri. Il Pajaro e Belen con la loro grande carica ritmica ed istrionica, Mario e Anabella, una seducente densità del movimento, Sebastian e Mariana, imperiali nella loro esecuzione di tango come arte assoluta. Sabato sera inoltre l’Ensemble Hyperion con le sue sublimi note ha trascinato in pista una folla indemoniata pronta a consumare la notte ed ogni stilla di sudore.

Ma ritengo che l’immagine più straordinaria sia quella del pubblico di Siracusa. Ogni anno puntuale, come un antico rituale che si nutre di arcani segreti, si scatena l’epifania del miracolo tanguero. 1400 persone che condividono non per un istante ma per ben dieci ore, le stesse sensazioni, la stessa musica, la magia di un ballo, di un’esperienza dove si cerca di ritrovare nel proprio partner del momento la medesima quota che si decide di abbandonare in un tango. Dalla consolle cerco di intuire i meccanismi di questa magia, ma è inutile…prende il sopravvento lo sguardo trasognato delle tanguere che si abbandonano in un romantico Canaro, o l’estasi ritmica di D’Arienzo, o il graduale scivolare della notte nella struggente alba dell’Ortigia. Il Castello Maniace è davvero un tempio emozionale del tango e credo che questa location sia da parte di Claudio un grande omaggio al popolo del Siracusa Tango Festival.

Naturalmente il web è invaso da video e fotografie che cercano di effigiare i ricordi e le sensazioni dell’evento. Ma i ricordi e le sensazioni più profonde credo rimangano dentro di noi, custodite nello scrigno della memoria. A prova della scalfittura del tempo. Ogni anno Siracusa rappresenta almeno per me un momento di intensa convivialità, dove ritrovare vecchi amici, parlare e cazzeggiare nel cuore della notte, godere intensamente del profumo delle zagare, del calore straordinario dei siciliani.

Ma quando vedo una pista piena alle otto del mattino con sguardi ancora desiderosi dell’ultima tanda comprendo il perché del successo di questa manifestazione. Al Siracusa Tango Festival ognuno è protagonista dell’evento perché comprende di aver partecipato con la propria tensione emotiva al groove della notte, a rendere indimenticabile e unica questa kermesse.

Spesso si dice in un tango la vita… ma forse se al Siracusa Tango Festival balliamo tutta la notte senza fermarci vuol dire che cerchiamo l’immortalità, tangueramente parlando.

Panico nella banalitá della violenza


Spesso nelle storie apparentemente banali si annidano drammi e violenze. Non fa eccezione Panic del regista americano Henry Bromell che annovera nel cast anche un mostro sacro del calibro di Donald Sutherland. Una pellicola priva di maniaci ed accelerazioni parossistiche ipertrucide, ma grazie a lunghi silenzi e campi lunghi tipici di tanta iconografia classica made in USA crea una tensione crescente che inevitabilmente sfocia nel dramma.


Tema dominante l'omicidio su cui si intrecciano i rapporti tra nonno e nipote. Il primo é stato un killer prezzolato che ha trasmesso i segreti del mestiere di famiglia a suo figlio che, stanco del logorio di questa professione sui generis é andato in analisi. Un ritratto di famiglia dall'interno, inconsueto e per questo affascinante che dimostra come spesso il male nasca e si nutra dell'assoluta normalità.


Un film da recuperare, girato in tono minore ma non dimesso . Poetico nel minestrone volgare di tanta produzione contemporanea a stelle e strisce.

Tokyo Fist... geniale


Un rampante agente assicurativo di Tokyo trascorre una esistenza ordinaria incentrata sui ritmi lavorativi e sul rapporto con la sua fidanzata Hizuru con cui vive. Casualmente mentre assiste ad un incontro di pugilato si imbatte in suo vecchio amico del liceo, Takuji, diventato pugile professionista, ma cerca di evitarlo a tutti i costi. Poco tempo dopo al lavoro lo incontra e resta sbalordito della familiarità e complicità che il compagno ha con la sua fidanzata. Il tarlo della gelosia si insinua in lui e ritenendosi vittima di un tradimento, é pronto a sfidare in un incontro all'ultimo sangue Takuji.


Una stupenda parabola sul Giappone contemporaneo, dove la società ipertecnologica si contrappone ad una realtà sotterranea ancestrale, fatta di impulsi primari, vitali ed ancestrali. Si potrebbe definire un romanzo di formazione al rovescio dove il protagonista é costretto a scendere nel mondo del suo antagonista, cambiare la sua Weltanschauung rinascere a nuova vita. Il suo corpo grazie alla boxe, deuteragonista della pellicola al pari di una livida Tokyo, si scrolla una pelle stantia ed apatica, indolente nella sua perfezione, e grazie alla sofferenza, ai lividi ed al dolore somatizzato diviene una corazza.


Uno scontro di civiltà che sceglie come arena la futuristica ed allo stesso tempo medioevale capitale nipponica, presagendo il dramma che attraverserà questa società negli anni seguenti.

domenica 4 settembre 2011

Memento , Il labirinto della memoria by Nolan


Un gioco affascinante fra labirinti temporali, immagini che si rincorrono e frammentano il plot narrativo. Una trama quasi nulla che si avvicina al noir ma, sembra perdere man mano che si susseguono le scene la propria memoria. E questo esercizio stilistico coinvolge sia il protagonista, un bravissimo Guy Pearce, che lo spettatore.

La trama, se di trama si può parlare, narra di un uomo misterioso che sfoggia abiti firmati e guida lussuose auto girovagando peró tra anonimi motel, inseguito da uno tipo nell'ombra che ne controlla le mosse. Ma anche lo stesso Leonard, questo il nome del protagonista, cerca in tutti i i modi di segnare ogni sua minima azione, appuntandone i contenuti o scrivendoli sul proprio corpo a guisa di una ancestrale body art. La risposta deve essere tutta nella sua mente, che peró dimentica in fretta, cancellando di colpo ogni ricordo e costringendo all'iterazione.

Un puzzle che va costruito nel presente da integrare con fatica attraverso i tasselli del passato. Christopher Nolan, il regista diabolico di questo film di fine millennio, schiavizza lo spettatore all'immagine ed alla narrazione avvitandolo in una lettura alquanto ardua. Lo sforzo mnemonico come sintassi necessaria a scardinare una trama sulla superficie esile , ma nel profondo densa, ed occultante un torbido segreto.

Ricordare per non dimenticare.


Veritá molto nascoste


Il passato spesso non é solo un fantasma ingombrante, ma una presenza ossessiva in grado di spedire in paranoia una coppia apparentemente solida quale quella formata dai due protagonisti de Le Veritá nascoste, Harrison Ford e Michelle Pfeiffer.

Con questa pellicola Robert Zemeckis omaggia in maniera forse fin troppo esplicita il maestro Alfred Hitchcock. Il passato che ritorna in maniera sotterranea come fantasma che man mano é sempre più evidente, frulla in un sol colpo capolavori quali Psycho, La finestra sul Cortile ( con la Pfeiffer che spia la vita di una coppia che abita di fronte), il Sospetto, mentre le reincarnazioni della donna misteriosa evocano il fantastico Vertigo.

Gli spazi della visione, i campi stretti ed ossessivi, gli isterismi della coppia funzionano come nel maestro Alfred per irretire lo spettatore, sconvolgerlo, renderlo sempre più fragile ed asservirlo alla logica del thriller. Un magnifico esercizio di stile: se la protagonista nella sua maniacalitá, raccoglie prove, fa deduzioni e codifica, lo spettatore a breve distanza itera le mosse, i tradimenti, le cadute di stile.

Ma chi emerge in questo film come dominatrice della scena é la casa, un vero e proprio regno dello spirito e delle contraddizioni che sembra animarsi e nei suoi angoli, nei suoi specchi e nelle visioni deformanti é la palestra dove realtà e fantasia, protagonisti e fantasmi scatenano un agone senza eguali.

sabato 3 settembre 2011

Sergio Chiaverini, l'impeccabile lettura sonora del piso


Molti ritengono che per musicalizzare sia un grande vantaggio ballar bene. Si intuiscono perfettamente i gusti dei ballerini e si anticipano i gusti e le esigenze della pista.


Se questa tesi é valida allora Sergio Chiaverini parte con un grande vantaggio, difficilmente colmabile da molti altri. Lo ritengo uno dei migliori tangheri presenti in Italia. Basta solo vedere come esegue il giro, un fondamentale che neofiti tangheri venuti su negli ultimi anni a pane e volcada, merenda e colgada ignorano beatamente (impunemente?), per capire che conosce il tango come pochi. Forse proprio per questo se ne infischia da pseudo mode e ridicole tendenze, e vive l'universo tango da appassionato in modo straordinario al pari della sua partner Francesca.


Ma il talento di Sergio si esprime oltre che in pista al meglio anche in consolle, con una direzione orchestra eccelsa.Un ritmo serrato e mai monocorde che lega in un pentagramma affascinante ritmica e melodia, lirica e pathos, coprendo in un ventaglio più ampio possibile le possibilità dello scibile tanghero. Ogni orchestra, al pari di un tassello imprescindibile in una costruzione armonica, trova spazio nella sua selezione, da D'Arienzo a Pugliese passando per Caló e Donato. Nessuna é trascurata.


Autentiche gemme sono le sue tande di milonga . Ma qui Sergio gioca sul velluto perché la sua passione per questa "specialità" é evidente, e la trasmette a tutta la sala. Spesso mi chiedo come faccia a resistere in consolle… dovrebbero forse creargli una minimilonga personale a ridosso della sua postazione dove consumare la traccia ballando. ma forse il suo pudore tanghero e rispetto del pubblico glielo impedirebbero, consapevole del ruolo del musicalizador, ovvero il demiurgo che genera l'energia del compas.


Ed in questo Sergio é un vero guru.

Blow...the American Bad Dream


Da semplice "spinellomane" a leggendario trafficante di cocaina negli USA dei seventies. Piu'che la biografia di George Jung ( interpretato magistralmente da Johnny Depp) il ritratto dell'evoluzione della società americana, il sogno di libertà e le rivendicazioni giovanili, le droghe come ribellione ed infine fondamenta della criminalità.


Il film di Ted Demme é un riuscito ritratto divertente e spietato del sogno americano a rovescia. qui il self made man é un delinquente e la storia non é altro che l'ascesa di un re del traffico di polvere bianca. Dalla California dorata dei surfisti e delle ragazze in costume si passa alla cupa e famelica america reaganiana dei primi '80. A metá tra lo Scorsese della maturità e líperrealismo di "Quei Bravi ragazzi", lo spettatore scivola in un'atmosfera cupa e plumbea che sottende una discesa negli inferi e soprattutto nella polvere del protagonista, vittima dei suoi stessi amici che gli si ritorcono contro. Insospettabilmente convincente nella recitazione anche Penelope Cruz, attrice da me non stimata particolarmente.


Forse non sarebbe guastato un filo di tensione in più ed un ritmo talvolta più serrato, ma certo Ted Demme non é Scorsese.

Sul rogo delle veritá


Forte é il confronto con il capolavoro di Dreyer "Dies Irae". Ed anche in Gostanza da Libbiano di Paolo Benvenuti siamo nel territorio circoscritto del cinema come arte. O meglio cinema allo stato puro ed incontaminato che attraverso geometrie delle immagini e rigore di inquadrature avoca una potente riflessione introiettavi. Una riflessione ed un viaggio all'interno delle dinamiche del potere che attraverso il canovaccio del processo alla stregoneria rivolge un j'accuse all'inquisizione condotta dall'arroganza e dalla cieca superiorità di chi ritiene di detenere la unica ed incontrovertibile verità. Al di lá del rogo e dell'ammissione di colpa una discesa senza ritorno dentro gli abissi che si celano nell'animo umano.

giovedì 1 settembre 2011

Punto Y Branca... ogni ascolto crea emozioni diverse


Un grande talento in grado di creare una dimensione sonora in cui tutto ciò che si é sentito emoziona come al primo ascolto.

Un mix di presenza scenica e classe dove anima e corpo sono equilibrati sfoggiando una cultura musicale sopraffina.

Cultura non sterile erudizione.

Punto y Branca, o meglio l'amico Jorge ci regala ogni volta in consolle le sensazioni di vivere la magia del tango, le sue atmosfere che rendono unico questo universo. Chiamarlo ballo o danza sarebbe riduttivo. Sia nella programmazione classica che nelle serate Gotan, un pioniere in Italia in questo senso, emerge il lavoro certosino di chi non lascia nulla al caso, ma che usa il suo gusto, la sua sensibilità come un sensore per recepire gli umori del pubblico e modellare il modo sonoro.

Il groove al pari di una grande highway dove vivere le esperienze tanghere. Ballare o semplicemente ascoltare. Non importa. Credo che Jorge voglia lanciare al pubblico, che giustamente lo adora, un messaggio: il tango va vissuto.In tutta la sua interiorità, nelle sue contraddizioni forse, ma mai privandosi della sua seduzione.


Un vero artista, forse pochi lo conoscono in questa dimensione… ritengo che il mondo del fumetto con le gloriosi pubblicazioni della Topolin debbano molto a Jorge.


Un vero artista anche perché discreto e se pone innanzi la sua arte rispetto alla sua persona, non é per falsa modestia, ma perché … al compas signori, non si comanda!

martedì 30 agosto 2011

La follia si annida in un condominio


Uno dei luoghi che più scatenano la follia del genere umano civilizzato ed occidentale, se non europeo. Il condominio. É attorno alle gelosie, alle follie, all'irrazionalità degli abitanti di un grottesco condominio spagnolo che si dipana l'ora e mezza de La Comunidad, un giallo noir folle dell'iberico Alex de la Iglesia. Tutti insieme appassionatamente alla ricerca un bottino che un agente immobiliare trova nascosto nelláppratamento di un defunto, scatenando atmosfere che intrecciano Hitchcock con il più che ovvio da queste lande Almodovar. Claustrofobico ma geniale, sostenuto dalla performance di una grandissima Carmen Maura alterna momenti drammatici con ironia risultando forse il vero ed unico capolavoro di Alex de la Iglesia , regista secondo me sopravvalutato.


Lo specchio della vita, ovvero il Meló nei canoni di Douglas Sirk


Ogni tanto mi capita di imbattermi nei miei tour cinefili nella visione dei grandi meló di Douglas Sirk. Tra questi il mio preferito in assoluto rimane "Lo specchio della vita", un titolo che é davvero la metafora della sua produzione cinematografica e soprattutto evidenzia l'oggetto che più di ogni altro rappresenta la sua cifra stilistica: lo specchio.


La chiave di lettura di quel sottile gioco dei rimandi per cui i personaggi si costruiscono uno spessore per apparire, cercando di nascondere quello che sono realmente. Gli specchi sono i confini di un mondo che opprimono i personaggi, una serie di porte chiuse che delimitano un'arena da cui é impossibile fuggire. Anche per una donna affascinante e di classe, impellicciata ed ingioiellata quale Lana Turner. Sirk firma con una regia di gran classe, il rincorrersi in parallelo dei destini di due donne sole che lottano per migliorare la propria esistenza e quella delle rispettive figlie, formando un atipico nucleo familiare.


Maschilismo, riscatto sociale, arrampicata sociale, razzismo, in questo film Sirk mette a nudo il lato oscuro della società americana, le sue contraddizioni che frenano quello che una volta si chiamava American Dream. Il tutto senza rinunciare al confronto fra passione e sentimento, nel rigore del movimento.


Perché come diceva lo stesso regista: " Qui la cosa principale é la macchina da presa. Perché c'é emozione nel film. Il movimento é emozione, in un modo in cui non può mai accadere in teatro".

venerdì 26 agosto 2011

Jennifer...il vortice della follia


Un misconosciuto eppure geniale noir italiano degli anni'70 con una superba Edwige Fenech.


Essenziale, rapido, con un ritmo da far invidia a ben più blasonate pellicole prende il titolo da un verso del poema Ossian. La trama é un classico di quegli anni: una modella va a vivere con una collega in un condominio dove gli inquilini sono vittime di un maniaco, ed addirittura nell'appartamento dove qualche giorno prima é stata assassinata una mulatta. Il passato torbido ritorna prepotentemente nella vita di Jennifer (Fenech) attraverso un suo vecchio fidanzato a capo di una setta dedita a riti orgiastici. Questi la perseguita con pesanti avance e non si rassegna neanche quando la modella lo rifiuta essendosi innamorata di un altro uomo che, casi della vita, é l'architetto che ha progettato il condominio. Dopo l'omicidio dell'amica e coinquilina di Jennifer, i sospetti cadono prima sul suo vecchio amante, e successivamente sull'architetto ( con la fobia del sangue) ma la realtà sarà ben diversa. Finale improvviso con ricchi colpi di scena.


Psicologicamente il thriller regge il gioco, grazie ad un'ambientazione indovinata, gli spazi claustrofobici dell'appartamento e le penombre create ad arte con i giochi di luci., senza voler trascurare una splendida colonna sonora firmata da Bruno Nicolai, un leit motiv ossessivo ed ipnotico fonte di ispirazione di tanti noir tricolori a venire. Naturalmente non manca un doppio filo conduttore che sotterraneamente, ma neanche troppo dominerà la scena cinematografica del genere: tare psichiche/deviazioni della personalità e sessualità ostentata. Ma su quest'ultimo punto dobbiamo ricordarci che siamo in un decennio, gli anni'70, dominati dalle voglie di liberazione ( sessuale, costumi, istituzioni e convenzioni pubbliche e private) e da una grande violenza ( soprattutto all'esterno). L'introduzione di alcune figure "trasgressive"per la società del tempo, servono anche ad introdurre alcuni luoghi comuni ed una certa retorica piccolo borghese. Il fotografo omosessuale interpretato da Oreste Lionello, presso cui lavorano le due modelle, queste ultime simbolo di una troppo repentina emancipazione dei costumi, sono viste dalla società come corruttrici della morale specialmente dalle persone più anziane. Inoltre il regista inserisce un altro tema che costituirà un filone a parte, ovvero il saffismo con il rapporto ambiguo tra la figlia del violinista e la protagonista.


Giallo godibilissimo che ci fa riflettere su come nel passato con mezzi ridotti si riuscivano a confezionare piccoli capolavori di cui la nostra cinematografia contemporanea ne é ormai priva, asservita alle logiche del politically correct, del cinepattone e dell'impegno sociale radical chic.


Traffic... Nashville alla coca!


La visione corale di Nashville virata nel mondo del narcotraffico. Steven Soderbergh firma con Traffic un affresco grandioso di un'America corrotta, avvinghiata nei suoi miti e nei suoi riti agli stupefacenti ed alle logiche dello spaccio.


Il film si snoda sulle storie in parallelo di vari personaggi, un ottimo Michael Douglas nei panni di un giudice della Corte Suprema che entra nei gironi infernali dove vive sua figlia tossicodipendente, due poliziotti messicani, due agenti della DEA ed una moglie di un gangster ( grande Catherine Zeta Jones). Lo spettatore vaga dal sole di Tijuana alle ville di San Diego, passando per le buie aule del tribunale e delle stanze del potere di Washington. Trait d'union la lotta alla droga che coinvolge tutti, sia in pubblico che in privato, con il saghe dei cartelli che si mischia a quello delle famiglie, e scorre a fiumi.


Finale che per una volta tanto, mette al bando eufemismi e happy ending. Se ne sente ogni tanto il bisogno di film dove si intrecciano multistorie, multipiani narrativi e vite intrecciate.


Un pó troppo lungo, ma si lascia vedere.

Desertshore... anagramma per capolavoro...


La voce algida e mitteleuropea di Nico ha attraversato come una cometa irraggiungibile la scena artistica per un trentennio. Musa di Andy Warhol, modella nei primi '60, voce dei seminali Velvet Underground ed in proprio con splendidi album negli anni'70.


Una donna di una bellezza rigorosa e severa, aliena dalle meschinità quotidiane che ha regalato alcune fra le canzoni più significative della storia del rock, Femme Fatale, All Tomorrow's parties… Desertshore, del 1970 é la prova di maturità della cantante che accompagnata dal genio di John Cale, dá libero sfogo a tutte le sue pulsioni, nevrosi ed angosce esistenziali. Il brano di apertura, Janitor of Lunacy é una litania ipnotica e messianica che scava in profondità nei recessi più nascosti dell'animo di Nico, mentre My only child sembra fuoriuscire dai repertori della musica d'avanguardia della seconda metá del XX secolo. Siamo nei territori di Meredith Monk, Joan La Barbara, musica cameristica disegnata dalla canto a cappella.


Un lavoro, Desertshore, che mette i brividi, come se le musiche , le parole, il respiro, provenissero davvero dall'inconscio o da un'altra dimensione. Un incrocio fra musiche occidentali e sonorità orientaleggianti precursore con vent'anni di anticipo di tanta new age o world music di fine millennio. Nel deserto dei sentimenti e delle passioni una oasi di salvezza dove riconciliarsi con l'esistenza attraverso la musica, provando un sottile piacere crogiolandosi in una algida malinconia.


Desertshore, anagramma per capolavoro.


Da Aristotele a Spielberg, interdisciplinare viaggio di Julio Cabrera


Julio Cabrera, professore di Filosofia Contemporanea all'Università di Brasilia, ci offre con "Da Aristotele a Spielberg" edito da Mondadori un interessante excursus tra le innumerevoli intersezioni tra il mondo dell'immagine e quello della riflessione filosofica, due universi con straordinari punti di tangenza.


L'autore sostiene la tesi secondo cui il cinema, senza distinzioni di generi, di autori, di stile, può essere valutato una forma di pensiero e riflessione filosofica, in cui l'emotività gioca sempre un ruolo decisivo. Anche in quelle pellicole che per antonomasia sono definite "intellettuali" come Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni o il Godard di Detective. Lungi dall'imporre le categorie estetiche del bello e del brutto e di classificare i film in base a facili gabbie concettuali, Cabrera ci suggerisce un approccio inedito.


Ogni grande pensatore ha avuto un ruolo determinante sui registi e sulle pellicole e molti sono gli autori filosofici. E gli esempi non mancano. Dal Cacciatore di Michael Cimino con spunti platonici a Hegel che si manifesta nel Wenders di Paris Texas, perfino l'impegnato Sartre fa capolino in Thelma e Louise. Per non parlare di Bunuel, Tarantino e Frank Capra, filosofi più che registi.

giovedì 25 agosto 2011

Mediterranean Summer Tango Festival, ...love parade tanguera in Croazia


I'm yours. Il brano di Jason Mraz, scelto dai ballerini argentini per il ballo collettivo, mi ossessiona la mente mentre scrivo queste impressioni sulla seconda edizione del Mediterranean Summer Tango Festival.


A Porec si é rinnovata la magia di una kermesse che coniuga il fascino del tango, la sua irresistibile seduzione che intreccia musica e movimento, con la pura energia dello spirito rock. Come se qualcuno cercasse di organizzare una Woodstock tanguera, o per restare ai giorni nostri una Love Parade al 2x4. CI vuole la geniale follia creativa ed il talento di Zrinko & Tajana e del loro magico staff per fare del MSTF un appuntamento incredibile. Un happening tanguero dove le performance degli artisti, tutti giovani e straordinari, si alternano con un programma di milonghe serali e pomeridiane, momenti di svago e dulcis in fundo la magica gita nel blu dell'Adriatico, il Boat Trip che per tutto un pomeriggio libera la voglia di divertirsi del pubblico internazionale che raggiunge Porec.


Complice l'estate ed una irripetibile alchimia tra artisti, staff e pubblico, in questa meravigliosa località della Croazia assisto all'epifania dello spirito tanghero. Quello libero da ogni compromesso, da ogni dogma, da ogni preconcetto verso l'altro, dove la voglia di ballare, solo questa, ha il sopravvento sullo snobismo di chi ritiene sempre di essere superiore agli altri e detenere la verità tanghera. Gli innumerevoli album di fotografie che hanno affollato Facebook e Flickr hanno come unico comune denominatore il sorriso e lo sguardo sereno di chi ha partecipato a questa manifestazione. Consapevole di poter condividere le emozioni del tango attraverso il linguaggio universale del corpo, che si muove al ritmo ed al compas delle grandi orchestre.


Quando penso a tanti eventi ingessati e rigidi, ho il conforto di un festival dove i maestri si integrano con il pubblico scherzando e trascorrendo i momenti della giornata, dai bagni in piscina alle cene nel pantagruelico buffet del Valamar. La location delle milonghe pomeridiane, non poteva che essere una pista a bordo piscina, mentre quelle serali un moderno e condizionato palazzotto dello sport, arredato come un vero e proprio Lido attrezzato. Zrinko & Tajana infatti hanno disseminato ai bordi del parquet, oltre ai consueti tavoli e sedie anche ombrelloni e sdraio, il tutto a rendere più giocoso e festoso il MSTF. Come detto in precedenza anche i maestri hanno contribuito a dare un clima speciale a Porec. Forse perché giovani ed inconsciamente proponessi a prendersi poco sul serio hanno davvero regalato un pieno di emozioni a tutto il pubblico. Fernando y Ariadna, straordinari nel loro talento e purezza cristallina di movimento, Rodrigo ed Agustina che interpretano un tango salon ritmico ai massimi livelli, con eleganza e compas, Bruno e Mariangeles… la loro grande empatia con il pubblico, uno stile assolutamente unico che li rende per questo eccezionali, Martin e Maurizio che hanno offerto con la loro istrionica performance una zampa da brividi che ha tirato giù scroscianti applausi.


E poi The Boat Trip, entrato ormai nella leggenda. Niente tango ma solo un viaggio attraverso la musica dance degli ultimi 30 anni per accompagnare un viaggio nel Mediterraneo da Porec a Rovigno, andata e ritorno. E come intermezzo, il tuffo a metá viaggio dalla barca per contrastare la calda estate croata.


Ho la nostalgia che già mi attanaglia, consapevole che dovrò aspettare un altro anno per rivivere queste magiche atmosfere. Ma basta pensare al MSTF per sentire ribollire nelle vene il feeling con il pubblico. Una moltitudine di giovani dalla Croazia, da Belgrado, da tutta l'Europa e da ogni angolo più remoto del globo con la voglia di consumare il pavimento fino all'alba. E realizzare con il sole già alto, alle sette del mattino, che la passione del tango non stanca mai.


Non stanca soprattutto Zrinko & Tajana che sono sicuro già stanno lavorando per stupirci nell'estate del 2012!


Porec, l'epifania del sogno tanghero.

Marcelo Rojas: l'anima del tango si diffonde per il mondo


Ascoltare le selezioni di Marcelo Rojas, la sua voce profonda con l’accento tipicamente porteno annunciare l’orchestra della tanda seguente, vuol dire davvero tuffarsi nell’atmosfera del tango più puro.

Il suo modo di condurre una serata è davvero impeccabile, liturgico, con la stessa solennità di una messa di mezzogiorno in una festività. Ringrazio il Roma Tango Meeting per avermi offerto la possibilità di gustarmi in pieno le Sue scelte musicali. Tutto filava alla perfezione come un orologio svizzero: classici affiancano orchestre e versioni meno frequentate, ma si capisce lontano un miglio che siamo nel campo di un grandissimo talento che non fa ricerca ma che ha il punto di forza in una spontaneità che solo Lui riesce a mostrare. Qualcuno potrebbe obiettare che è ovviamente a causa della grande esperienza in consolle oltre che le frequentazioni radiofoniche, eppure conosco anche io musicalizador che accumulano serate su serate senza ottenere lo stesso effetto.

Osservando la gestualità ed ascoltando la comunicazione di Marcelo, comprendo anche quanto sia ridicolo il solo pensare di poter scimmiottare un signore della consolle di questo livello. Basta solo la pronuncia del nome dell’orchestra a smentire quanti vogliono con cadenze improbabili ricreare le stesse atmosfere delle milonghe di Buenos Aires. Inoltre in Marcelo è unica la capacità di gestire il ritmo della pista. Quel battito straordinario che accomuna tutte i tangueros presenti in milonga accomunandoli in unico corpo in movimento. Impossibile davvero star fermi. L’ho provato sulla mia pelle. Dal Troilo strumentale a quello con Marino, dal D’Arienzo / Maure al D’Arienzo / Echague ogni sequenza suonata pare essere un postulato, ovvero il momento ideale all’interno dell’economia di una serata non può che essere quello scelto da Marcelo.

La grandezza di Marcelo? Sono le sue selezioni a parlare per Lui, in ultima sintesi la musica, ovvero la magia del tango.

I fiumi di porpora


Il regista francese non é più riuscito a raggiungere i livelli qualitativi del suo folgorante esordio, "L'Odio". Ogni volta mi sono illuso che potesse toccare nuovamente quelle vette. Per carità la regia é sempre dignitosa, ma manca quella voglia di osare e rompere le convenzioni, essere volutamente sgradevole che ha caratterizzato quella storica pellicola che ha registrato il debutto tra l'altro di uno strepitoso Vincent Cassel nei panni di un piccolo criminale ebreo. "I fiumi di porpora"sono un onesto thriller che si reggono sul buon mestiere del regista, su una storia interessante e su un gigionesco Jean Reno, il miglior attore transalpino contemporaneo, altro che il pompato, in tutti i sensi, Gerard Depardieu. Kassovitz costruisce una prima parte avvincente quando si punta sul mistero, ma purtroppo il lo svolgimento ed il banale finale riesce a compromettere tutto. Insopportabile il grottesco ed ovvio confronto generazionale fra i due poliziotti che dovrebbe creare tensione ed invece finisce per essere involontariamente ridicolo. Quando si dice , molto meglio il romanzo… ed allora recuperiamolo in libreria il lavoro omonimo di Jean Grangé.

Leggendario Road Movie al femminile: Butterfly Kiss


Quando
si pensa al cinema arrabbiato, inevitabilmente si attracca dalle parti della
perfida Albione. Eunice,una assassina sadomaso psicopatica attraversa
l'Inghilterra in lungo e in largo facendo fuori cassiere e benzinaie nei più
squallidi distributori. Dopo aver chiesto di comprare un disco di canzoni
d'amore e domandato alla vittima di turno se si chiama Judith, puntualmente la
finisce massacrando senza pietà il cranio con il primo corpo contundente a
portata di mano. Il rituale, grottesco ed insensato, viene reiterato per un
numero imprecisato di volte, fino a quando non si imbatte in una vittima,
Miriam, che soggioga psicologicamente e con cui instaura una relazione lesbica.
Le due proseguono nel loro folle viaggio omicida fino a quando Eunice non
chiede di darle la prova suprema del proprio amore, ovvero ucciderla. Una
storia nerissima questa di Butterfly Kiss con cui il regista Michael
Winterbottom disegna una sorta di Thelma & Louise portata all'estremo dove
tutti i luoghi della perdizione si liquefanno nel non luogo per eccellenza, la
strada, dove si muovono come due oscure giullari portatrici di morte le
protagoniste. Dal film traspare un'aria gelida dovuta forse al fatto che non
emerge una condanna lampante dei gessi, né da parte della società, né dalle
altre figure incontrate lungo il cammino. Winterbottom ha uno sguardo quasi da
entomologo che al microscopio osserva e studia, senza dare giudizi di merito, i
comportamenti degli insetti o di altri animali "naturalmente
assassini". Altro particolare inquietante, la mancanza di una
giustificazione sulle azioni: non ci sono traumi infantili o shock del passato
che ritornano, le uniche tracce sono dei segni di sofferenze corporali sul
corpo di Eunice ( piercing, tatuaggi, cicatrici). Un film sul delirio
sadomasochista, in questo risiede il fascino di Butterfly Kiss. I deliri da
vittima sacrificale di Eunice si riversano oltre che sul proprio corpo su
Miriam, costringendo la compagna a svolgere una serie si azioni amorali ed
efferate. La complicità sessuale tra le due donne é assolutamente priva di ogni
calore e serve ad alternare gli scambi di posizione tra carnefice e vittima, padrone
e sottomessa. Un film duro e spietato che non offre autocompiacimento allo
spettatore e che comunica come spesso il male lo si ha come dote "di
natura".