lunedì 19 marzo 2012

Il cinema di Andy Warhol, miti di massa e riproducibilitá tecnica


Andy Warhol, la cui influenza sarà immensa per tutta l'arte del dopoguerra, inizia una serie di una ventina di film muti tra il 1963 ed il 1964, poi girerà in totale una settantina di lavori, il cui successo é dovuto al suo atteggiamento freddo e distaccato rispetto ai soggetti che filma, di cui si limita a riprodurre azioni e confessioni, senza esprimere alcun giudizio. Promuove un'arte di superficie, priva di sentimenti, un universo di oggetti, di automi, rivelando una continuità ogiva tra le personali serigrafie e i suoi primi film, sviluppando una estetica dell'ascetismo che lo classifica tra i padri del cosiddetto cinema strutturale, introducendo una linea di demarcazione netta nella corrente sperimentale dell'epoca, abbandonando ogni riferimento di lirismo. La critica del vedere come critica del cinema stesso si identifica con la critica dell'universo visuale prodotto dalla società capitalistica totalmente sviluppata, vale a dire con la valutazione della forma in cui i rapporti sociali appaiono e si presentano, dell'immediata visualitá in cui sembra esaurirsi tutto il reale. Il cinema resta sempre un proceso senz aun soggetto che produce il mondo riproducendone senza mediazioni la forma iconica, e la tecnica é usata solo in funzione di questa forma riproduttiva. Tra i suoi film da ricordare le creazioni dell'ultimo periodo come The Chelsea Girls e Bike Boy che si presentano sotto forma di documentari, di saggi sociologici a metá strada tra realtà e fantasia su una certa fauna artistica. I suoi primi film, precursori del cinema strutturale, costituivano in una certa misura delle risposte ai problemi dell'immaginazione creativa e delle reazioni del pubblico, sollevti dal movimento postbellico dei film d'avanguardia, dei trance - film fino ai film mitopoietici. In questi lunghissimi film Warhol collocava la cinepresa in una posizione fissa e la lunghezza stessa della singola immagine avrebbe spinto lo spettatore a una nuova coscienza dell'esperienza percettiva. Il cinema di Warhol si identifica con la realtà, é una operazione culturale che sostituisce lo schermo cinematografico al mondo, producendo criticamente la sostanza dell'universo visivo in cui appare la totalità dei rapporti sociali. Identificandosi con l'occhio immobile della camera, l'artista pare rinunciare del tutto al proprio intervento, annullare ogni mediazione fra l'oggetto e la sua riproduzione, riconoscere che l'arte si é completamente realizzata nella fantasmagoria della merce, che la sensibilità si é interamente oggettivata, é divenuta una qualità delle cose, passando dal produttore al prodotto. Warhol analizza le forme del cinema industriale come un paesaggio mediatico che ha saturato la nostra visione delle cose. Il suo cinema ha anche indagato il valore universale dei miti di massa, il valore del glamour, quella qualità indotta dai media che rende un individuo o un soggetto seducente e distinguibile dagli altri, avendo posto il problema del nuovo protagonismo dell'individuo massa contemporaneo


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